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COLLEZIONE
OPERE INEDITE 0. RARE
DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA PUBBLICATA PER CURA
DELLA H. COMMISSIQNE PE TESTI DI. LINGUA
NELLE PROVINCIE .DELL' EMILIA
CL L8 Cn
TRATTATI DI MASCALCIA
ATTRIBUITI
AD IPPOCRATE
TRADOTTI DALL'ARABO IN LATINO
DA
MAESTRO MOISÉ DA PALERMO
volgarizzati nel secolo xu.
MESSI IN LUCE PER CURA
DI PIETRO DELPRATO CORREDATI
X dw6 yoskeryovy eomqazAow ww. Vaio. & iw. Voseqmo & QV voto. (Voloquhe
PER CURA
DI LUIGE BHDAEZICDBHEEINE
CMGEGEXDT
BOLOGNA PRESSO GAETANO ROMAGNOLI 1865.
-HISTORISAL 1 MEDIGAL ,
BUIT
Hegia Tipogralia
PRELIMINARI
AI DUE
TRATTATI DI MASCALUIA
eR. nS o
I trattati delle Mascaleie di Ipocras, loro preminenza: confronti delle dottrine da lui professate con quelle degli serittori ippojatrici del medio evo.
CAPITOLO I.
o col richiamare alla luce le opere degli antichi si lavora a riecuperare una parte di sa- pienza perduta, puó per noi quindi ritenersi oecasione ben propizia, con che dimostrare ve- ra la massima proclamata, essere divenuti pos- sessori del testo vulgare conosciuto sotto 1l nome di Libro delle mascalcie de" cavalli, che Mose da Palermo traslató dall arabico in latino. l lettori del libro si convinceranno della molta sua im- portanza, la quale ha origine non tanto dalla antichità , quanto dall'indole dei precetti di cui e ricco ; dall'essere un tesoro per la lingua,e pieno delle voci migliori, già in molta parte dal- la Crusca proferite.
H
Affermate le doti preaccennate, restava a trovarsi il modo di pubblicazione del libro, che era indispensabile corredare di note e storiche e scientifiche e filologiche , onde farlo conoscere utile altresi dal lato ippojatrico, poiché la Ve- terinaria, nel medio evo, presenta una grave lacuna, che, col suo aiuto specialmente, dovrà scomparire, potendolo riguardare come il cofa- no prezioso da cui ricavaronsi le opere piü ri- nomate tanto nella materia ippica , quanto nella pura veterinaria.
L'esame compiutone da persone competenti, condusse a ritenerlo meritevole di stare insieme con gli altri testi che illustrano la storia della nostra lingua e di alcune scienze.
CAP. II.
Se la compassione fondó la medicina dell'uo- mo e l'esperienza servi a perfezionarla, par giu- sto ritenere che quella de' bruti dovesse esserle coeva, e nei piü remoti tempi fors' anche piü perfetta della prima; si perché agli animali domestieil maggiori era attribuito un grande va- lore, e superiore a quello degli schiavi, sl per- che i bestiami costituirono tutto il patrimonio delle pià antiche popolazioni; né sopra di loro, dalle prime religioni, fu vietato di compiere quelle pratiche, che era imperdonabile ed or- rendo eseguire sull'uomo : si infine pel bisogno di sperimentare aleune maniere di cura , di stu- diare l'organizzazione de' bruti, investigare le cagioni del loro ammalare, onde meglio com- prendere quella dell' uomo e l' indole de' suoi mali.
Ir
Nell' evo medio in Italia i cultori della me- dieina degli animali divennero padroni del libro anticehissimo delle mascalcie, il quale eorreva sotto il nome di Zpocras od Ippocrate, libro che da molti si ritenne originariamente dettato in sanserito, e traslatato poscia in arabico o greco. Diffuso e eonservato col nome dell immortale medico di Coo, andó salvo e sorvisse all' infausto decimo secolo non solo, ma fu cagione che di- versi scritti d' Ippiatriea, appartenenti ad un Ip- pecrate Greco, venissero successivamente pub- blieati insieme alle opere del venerato fonda- tore dellaà medicina.
I trattati delle mascaleie, come dichiara il loro autore, vennero dall' India, ferace culla della famiglia animale, scaturigine ricercata delle scien- ze plü arcane, e presentano sotto altro aspetto speciale importanza, poiché i precetti che vi si contengono sono vincolati con quelli della me- dicina umana, e perció possono servire alla storia dell' una. e dell'altra, o a dimostrare che nell'essenza non sono differenti, sia che all' uo- mo, sia che ai bruti applicate; entrambe, per questo, poter meglio progredire qualora insieme faecian eammino , eostituendo la Medicina com- parata , divenuta oggidi patrimonio di celebri scienziati fedeli alla massima la quale stabiliva che non vi sono due fisiologie né due medicine.
CAP. ZU
E possibile che da qualeuno si dimandi se l'opera vulgarizzata da Mose da Palermo sia realmente quella che ora viene trascritta ? La
IV
risposta non puo essere che affermativa , poiche col riscontro dei due testi si dimostra l'antica loro origine e la perfetta identità; d'altronde il latino fu ben conosciuto dal dottissimo "Tira- boschi, il quale nel vol. 4. lib. 3 della storia della nostra letteratura , dopo aver fatto cono- scere, che regnando Federico II in Sicilia si trasportarono dal greco e dall' arabico in latino molte opere di Aristotile e di altri per uso sin- golarmente delle scuole d'Italia, aggiugne : in- oltre in questa Estense Diblioteca conservasi manosceritta la traduzione di un' opera attribuita ad Ippoerate intorno le malattie de' cavalli, fatta sulla versione arabica da Mosé di Paler- mo: Jwplicit, come si legge à piedi dell'ultima pagina , Hippocratis Liber de curationibus. infir- mitatum. equorum quem translatavit de lingua ara- bica in latinam Magister Moyses de Palermo.
Ottenuto, per graziosa disposizione del già Ministro Senatore M. Amari, il codice latino della Biblioteca su ricordata , ritenuto del secolo XV, si procedette immediatamente a confrontarlo col vulgare; tale operazione fece conoscere essere perfetta la loro corrispondenza , e l'uno versione dell' altro, compiuta con quella religiosa preci- sione, che . non manea in nessuno dei primi vol- garizzamenti fatti dal latino.
Divenuta per questo fatto possibile la pub- blieazione contemporanea dei due testi,si con- sideró siccome grande ventura quella di poterli inserire nella collezione delle opere inedite e rare che si pubblicano per cura. della Rh. Commis- sione deputata ai testi di lingua. E qui, non po- tendo meglio altrove, ei sia conceduto rinnovare
—»b
V
i nostri migliori e plü vivi ringraziamenti a quell' insigne Letterato che di tanto Collegio tie- ne la Presidenza ; uomo degno veramente d' ogni onore eosi per la copia e la bontà dell erudi- zione, omai nota a tutti, come per la grazia de' modi informati sempre alla piü nobile e squisita cortesia.
CAP; IV;
La storia della Veterinaria peró non e af- fatto muta intorno al libro dell' India, che piü di qualunque altro vale a far conoscere che le cure del eavallo furono uno de' primi pensieri dell' antichità, e che la medicina de' bruti é scienza tradizionale quanto quella dell' uomo. Essa lo ricorda con diligenza particolare e col- l' autorità di uomini valentissimi che ne diffu- sero la rinomanza, appunto perche l'opera dello storico fu sempre la piü vantaggiosa alla so- cietà, e piü s'ingrandisce quando serve a ri- trarre dall' immeritata abbiezione una disciplina per là quale l' antico Siracide lasció scritto: viro prudenti et bono jumentorum etiam suorum vi- tam curae esse debere.
Per l' infortunata Veterinaria assunsero il compito immortale della Storia Vitet, Bleine, Aygaleng , Pozz, Leroy, Zanon, Venturi ; Àmo-. reux ed altri. I Le scritture di que' * 'benemeriti lasciarono peró grandi lacune; il nobile conte Ercolani fu il primo ad abbraceiarla nel suo complesso, mentre I' eruditissimo Heusinger I' il- lustrava comparativamente a quella dell' uomo; e nel passato anno il venerando Hering ed il
VI
diligente Schrader amarono di presentarla in- tera nella forma seducente delle Biografie. L'o- pera di tanti generosi, prova una volta di piü, che l' amore alle scienze e il principale movente dei nostri studii, e che, in mancanza di quello, nessuno sl sarebbe preso pensiero della Veterina- ria, maltrattata in tante maniere e da tanti. Anzi Ercolani, il pià autorevole e caro nome che l' Italia vantar possa a lustro della scienza, pensó prima deghn altri alla pubblicazione dei due trattati delle mascalcie, ma quell da lui tra- scritti, per essere piü moderni, sono meno cor- retti dei nostri; ed a lui mancó 1l sussidio in- dispensabile del codice latino , col soccorso del quale soltanto si poteva pervenire ad opera me- no imperfetta. Egli conobbe prima d'alcun al- tro, cheilsuo grande concittadino ) Crescenzio, giudieato da Du-Cange, da, Gesnero , da| Metaxà, dal padre,Sorio pedissequo di;Giordano huffo, aveva copiato in diversi luoghi il libro di Mose di Palermo. Faremo piü completamente e piü sicuramente risaltare un tal fatto trascrivendo aleuni de' eapitoli che l' agronomo Bolognese ricavó dal testo latino del Palermitano : con que- sto dimostreremo pure che Giordano non ignoró il libro di Mose, dal quale seppe ricavare 1 pre- cetti esposti nella sua opera delle Mascealcie.
CAP. V.
ib' IPPOCRATI SCRITTORI D'IPPIATRICA O VETERINARI,.
Non e possibile ripetere, in una circostanza pii solenne della nostra, il nome della medicina de' bruti e discutere sulla sua importanza, senza sentirsi incitato a tentare la ricerca delle ra- dieali dei nomi teeniei di Mascalcia e Veterinaria. Quantunque non visia per noi nulla o ben poco da aggiugnere a quanto sul proposito si ritie- ne, tuttavia si à questa l'occasione piü op- portuna per richiamare almeno gli studiosi a riflettere sulla singolare importanza delle voci che servono a dar nome ad una seienza.
Lucio Onorato Columella, prima d' altri, di- stinse la medicina degli animali col nome di Veterinaria, che Vegezio chiamó Mulo-Medici- na (1), che i Greci dicevano Ippiatriea, che ne' bassi tempi venne generalmente chiamata Ma- scalcia, Mascalchia , .Marescalcheria, Marescalcia , Manuscalcia , Manescalcia.
In antico la parola Veterinaria venne uni- versalmente accettata; e la troviamo in Plinio dove parla del modo di crescere delle ugne dei quadrupedi e della loro età, in Lucrezio dove
(1) Sembra, serive Antonio Zanon, che sia cosa da non dubitarne, che per Mulo-Medico, abbia ad intendersi il medieo de' giumenti in genere; pereioeché la medicina speciale dei muli, seeondoché osservó Erasmo, chiamasi Mulotriba ; ed il medico de' cavalli Mediceus Equarius, sic- come da Valerio Massimo viene appellato un eerto Erofilo.
VIH
aecenna al eavallo , in Varrone dove tratta. delle qualità fertilizzanti del fieno cavallino et cete- rarum | Veterinarum, in. Opilio il quale opinó che la voce veterinam , quasi venterinam , vel uterinam , quod. ad. ventrem. onus religatum gerat : e cosi altri.
]l nome col quale si accenna la medicina degli animali, potrebbe acquistare un senso piü preciso se vi fosse aggiunto l'attributo di com- parata; ma e ben difficile arrivare a sostituire un'altra parola a quella di Veterinaria , se lo stesso Pozzi non pote riuscire a far accettare l| altra di Zoojatria, che e di buona forma e di significazione conosciuta. Attenendosi ancora alla vecchia denominazione, si definisce la Veteri- naria come l'arte, o la scienza, che tratta della cura de' morbi delle bestie, ovvero, adoperandola come addiettivo femminino, scienza Veterinaria , si fa equivalere a medicina degli animali.
I latini qualificarono col nome di Veferina- rius , 1l medicus pecoris et jumentorum , che 1 greci chiamavano Jppiatro, aggiunto riserbato dai mo- derni per colui solamente che si applica alla cura dei cavalli: Veterinarii, scrisse Columella , medici sunt veterinorum. Veterinus dissero altri da veho, quasi vehetrinus, et veterinum. animal, quod ad vecluram. idoneum est, ut equi, muli, asini.
Si riguardó come radicale della parola an- che il verbo vecto, as, che pure signifiea porta- re, rieordando il vector asellus di Ovidio. Catone serisse chiaramente Veterinariam bestiam a vehendo.
Alcuni ritennero che solamente i vecchi nei tempi remoti venissero deputati alla, cura degli animali, e che perció da Veter, veteris , avesse origine i| nome di Veterinaria e Veterinario.
IX
L'insigne Fromage de Faugré rammentó che la medicina degli animali si distinse. col nome di Veterinaria perche esercitata dai piü vecchi pa- stori delle proprietà rurali.
Altri dividendo in tante parole le sillabe componenti quella di Veterinaria, e riferendole a non so quale dialetto gallico, trovarono che equivaleva a medicina degli animali; tennero cal- colo della voce barbara hara (stalla pei porci) e di eeredus , cavallo da posta ecc. (1).
(1) Lenglet-Morltier nella Raecolta di Medicina Veteri- naria uel 1857 presentó la seguente etimologia sulla deno- minazione teenica della seienza: avendo la medesima ot- tenuta l' approvazione di molti, merita di essere ricordata.
« La parola latina Velerinarius , da cui si vuol da al- euni derivare l'italiano Veterinario ed il francese Veétéri- naire, é d'origine per inlero fiamminga. Composta di tre energiche radieali, esprime nello stesso tempo e la seienza e l'argomento e l'oggelto pel quale venne ereata. Non indiea già colui che medica le bestie da soma; ma colui ehe eonosce, che pratiea la medicina degli animali amma- lati, eome si prova da ció ehe andiamo a dire ».
Vee, da cui il ve latino, bestiame; vale a dire tutti gli animali dipendenti da un possedimento rurale; la pa- rola vee non si usa che in plurale , abbraecia tutti i cavalli , lulti gli asini, i muli, le vaeche, i buoi, le pecore e le eapre insieme.
Anche al giorno d' oggi vee-sta/ chiamasi il luogo in cui $i riuniseono o si alloggiano le bestie. Sta/, ha dato ori- gine ad es/aule , etaule e finalmenle étable (stalla). Wee-wa- chter , guardiano di beslie ; veedryver , conduttore di bestie: vee-dief , ladro di bestie.
E da vee 0 vé, o vest , che derivano beste , béte , bestia; da cui bestial, bestiaux, bétail; il v del nord, il b del mezzodi.
Vee, forma ancora veu, view, viaw, veo, secondo le località, da eui veau (vilello) il giovine bovino.
Teeren, lalinizzato in terina, terinus; languire, di- siruggersi per consunzione, per eagione di debolezza, de- lieatezza, languore degli organi; in una parola significa
X
Se abbiamo incontrata differenza di pareri intorno all'origine del nome di Veterinaria , i
essere ammalato. Secondo eli antiehi lessicologi fiaumminghi ed olandesi, teering significa ancora: chartre , etisie , con- somplion (etisia, consunzione, alrofia), malattia che di- slrugge l' umore fondamentale.
Teer vuol dire aneora tenero, debole , giovine, mala- liccio , estremamente sensibile alle impressioni dolorose. Inoltre deer, che appartiene alla stessa radicale , e deeren, all infinito significa /esione, ledere, ferita, ferire, morire : deerlyh : cacochimia.
Aeris, aris, eliminando il t, ha formato ararius, dot- lore , medico, pratico: aris é uguale al franeese art; al latino ars, artis (arte); vale a dire, scienza, metodo, regola.
Nella Zelanda, e paesi cireonvieini, chiamasi ancora quello ehe cura gli animali veearts — medico delle bestie — Per abbreviazione il francese lo dice artiste.
Signifieato totale della parola si 6: dé bestiami — malattie — medico —: velerinario (veterinarius). ll Ve- lerinario é dunque colui che esereita la scienza delle ma- lattie dei bestiami, e, per un effetto affatto naturale di sua missione, dei mezzi da usarsi per combattere le malattie.
Noi giudiehiamo , serive lo slesso Langlet, che non si possa dare un'elimologia della parola Veterinaria , piü chiara, piü precisa, piu corretta , e nello stesso tempo piu completa e meno rifiutabile.
Diventa dunque inutile, od é una esuberanza di frase, dire: Medico Veterinario, Medicina Veterinaria , poiché la parola Veterinario, comprende l'epiteto di Medico, e ba- Sla per denominare la persona che eura gli animali, ed indieare gli attributi della sua. scienza. L'ignoranza dei la- lini in riguardo del valore primitivo di Veterinarius, a , wm, che giudicarono voler dire bestig da soma, poteva autorizzare ad aggiugnerlo, e ció era logieo. Presente- mente, dopo la nostra pubblieazione, la eosa non é piu permessa, edi già si eostuma dire solamente Veterinario, per indieare la persona ehe professa questa seienza o la Veterinaria, e eos) si denomina semplicemente la mede- sima; in eonseguenza quando erroneamenle si dice Me- dico Veterinario, é come se si esprimesse: Medico della malattia, delle bestie medico; ovvero Medico della malattia dei bestiam ammalati.
XI
filolozsi sono imvece concordi nell' interpretare quello di 4Mascalcia, e Marescalco (Marescaleus), formato dalle due radieali tedesche mre, sckalh, che equivale all' equorum magister, alla Marestalla di Giordano Ruffo, ed al ferratore di cavalli de' nostri giorni. Heusinger dice derivare il nome dal celtieo March (cavallo) e dal gotieo skalks ( servo ).
CAP. VI.
Dopo aver soddisfatto a una curiosità fa- cile a sorgere nell' animo di coloro che con gran- de frequenza sentono ripetere un nome di si- gnifieazione dubbia, ne pare piü naturale far ritorno agli scrittori antichi di Veterinaria o d'ippiatria. Si noti che se l'Ipoeras Indiano fu posteriore all'Ippocrate (Greco, scrittore ippo- jatrico, fu peró meno di questo conosciuto , perché i frammenti del secondo vennero raccolti e pubblieati sull' incominciare del decimo sesto secolo da Ruellio, da Grineo , dal Tramezzino , e molto accuratamente poi sui primi del corren- te furono editi e vulgarizzati dal medico ho- mano Luigi Valentini.
Effettivamente peró l]' Ippiatro Greco fu an- teriore all'Indiano , od almeno al tempo in cui regnó Cosroe il grande, per comando del quale Ipocras compiló il libro delle continenze de Ca- valli. Le autorità, che piü valgono a far cono- scere le epoche precise in cui vissero, sono per fortuna molto esplicite, e tali da condurei ad
XII
accogliere con sicurezza le loro autorevoli te- stimonianze.
Per l' Ippocrate Greco torna indispensabile quello che ne scrisse Schreider nella prefazione al Vegezio: ivi si legge — , Apsyrtus Prusaen- . Sis, aequalis Constantino M. autore Suida, , SOripsit ,.
, Apsyrtum Hierocles laudat , igitur junior , eo, qui libros duos de cura equorum Basso , inscripserat, ub ipse testatur Hippiatr. II. cap. », 00. Apsyrto aequalis fuit Hippocrates Vete- , rinarius, ad quem extat Apsyrti epistola in y ALippiab. p 4055.
Questo Ippocrate fu in conseguenza contem- poraneo di Apsirto e di Costantino Magno, il quale tenne l'Impero Romano dal 506 al 336: perció posteriore al Medico di Coo , ed anterio- re a quello dell' India; col primo non potrà es- sere confuso, non tanto per la lontananza dei tempi in cui vissero, quanto perché l'Ippocrate Medieo, giudice infallibile i1 Dottor Valentini, usó il dialetto jonio, l'Ippiatro quello dell" At- tica: non coll'ignoto scrittore, erroneamente chiamato Ipocras, il quale visse due secoli do- po e dettó i suoi precetti nella lingua arabica o forse anche in sanscrito.
Le cose esposte vennero anteriormente di- chiarate dal Fabricio , il quale nella sua Biblio- teca Greca, Tom. 13 pag. 247 lasció scritto: ,. Hippocrates Veterinarius ad quem Absyrti e- , pistola in hippiatricis pag. 10 unde tempore ,. Constantini magni vixisse cognoscitur. Absyr- , tum enim sub illo Imperatore in Scythia ad , lstrum militasse ex Eudociae Augustae Joniis
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. manuseriptis notat praeclarus Cangius: praete- , rea in dicendi rationem differunt; Cous namque ,. Joniea , hie Attiea usus est dialecto , (1).
CAP. VII.
L'Ippoerate mwlomedico , cosi qualificato da Hering, quantunque lui stesso si fosse detto allevatore dà cavalli, medico dà cavalli, contempo- raneo di Apsirto, meritó, per l'importanza dei precetti lasciati intorno le cure de' cavalli, di far parte, non solamente degli scrittori d'Ip- piatrica , ma dei Geoponici ossia libri di Agri- eoltura e di economia rurale di Costantino Ce- sare, nato in Costantinopoli nel 905; i quali ebbero l onore del suo nome perché riuniti e compendiati per suo ordine, giacche il vero rac- coglitore degli scrittori greci geoponici fu un av- vocato di Costantinopoli chiamato Cassiano Bas- so, il quale dovette essere considerato uomo di grande merito, perché a lui indirizzó il suo libro anche .Jerocle od Eroteo. Ho avuto occasione di verificare un tal fatto osservando un codice che si conserva nella Parmense (N. 28) in cui si legge: , Incipit liber Erodei ad Bassum. De , Curatione equorum in ordine perfecto habens , Capitula differentia..... ,. ll primo capitolo e la dedica di Eroteo a Basso, e spiega lo scopo
(1) Gli storiei della Veterinaria ricordano il capitolo in cui Absirto saluta Ippocrate, medico dei cavalli; e il cap. 22 dove Absirto saluta Secondo medico di cavalli: il 42 dove Absirto saluta Statilio Stefano , medico ; il 49 nel quale Absirto saluta Egesagora eccellente medico.
XIV
del libro, il quale ha principio coll'altro capi- tolo — JDe febre facta in equo —. Confrontando . Eroteo e Pelagonio si vede che l'uno ha gio- vato all'altro, per lI' identità degli argomenti trattati, peró svolti pià largamente nell' Eroteo che nel Pelagonio edito dal Sarchiani. Federici, scrivendo di Costantino Porfiroge- nito, ricorda i due libri di Medicina Veterinaria pubblieati nella versione di Ruellio, stampati la prima volta nel testo Greco in Dasilea nel 1537 , e tiene nota dei venti libri di Agricoltura che dichiara composti da Cassiano Basso. Una tanta autorità serve a confermare le cose pre- cedentemente narrate; solo puó osservarsi che Eroteo appartiene alla schiera di quegli eletti Ippiatri Greci nei precetti e scritture de' quali molto facilmente si discopre Apsirto di Prusa.
CAP. MAEHES
L'altro Ippocrate, o l' Ipocras del Codice vulgare, non ha nulla di comune con quello che si ricorda nei libri di Costantino Cesare, di Ruellio, di Grineo, del Tramezzino, citati pure dal Paitoni e dal Federici. Di Ipocras parló nettamente Signorelli (Vicende della coltura nelle due Sicilie tom. 2.^?) riferendo che i Me- diei di Salerno portarono molti libri arabici di Medicina. Un libro attribuito ad Ippocrate, in- torno ai morbi de' cavalli, era stato trasportato in arabieo, ed un certo Mose da Palermo lo tra- dusse in latino.
XV
Di questo stesso lpocras tratto distintamen- te i| ehiarissimo Professore Molin nella prefa- zione al Ruffo da lui pubblieato, e per di pià aggiunse in una nota a pag. IX di aver veduto e letto diligentemente un Codice Italieo di Ip- poerate fatto sulla versione latina di Mosé da Palermo, posseduto dal cavaliere Iacopo Morelli.
Heusinger nella sua Storia comparata della Medicina Veterinaria ed umana, opera di gran- dissimo merito e di somma importanza, ha trattato della Veterinaria con singolare mae- stria, parlato della nostra ltalha, e degli au- tori che gli aprirono la via, con molta genero- sità; loda Antonio Zanon pel suo Saggio di Storia della Medicina Veterinaria, raccomanda il dizionario ragionato di Agricoltura e Veteri- naria di Filippo Re, gloria nostra, troppo pre- sto dimenticata, ma non cita la Biblioteca Geor- gica del Proposto Marco Lastri, fondamento al- l' opera del Conte Re. Degli autori Francesi e Tedeschi, che si occuparono della Storia della Veterinaria, commenda sopra tutti L.G. Webel, il quale eon un' opera ceoseienziosa cominció a col- tivare un campo inesplorato. Nel sapiente pa- ralello Federico Heusinger premette che la Me- dicina Veterinaria passó per quelle fasi che fu- rono percorse dalla Medicina umana; e, consi- derati i progressi della Zoojatria, divide la storia in quattro periodi, che sarà utile per noi rieordare, perché il secondo ed il terzo riguar- dano quasi esclusivamente l'Italia, non esi- stendo veterinaria presso le altre nazioni in quel lasso di tempo.
,
XVI
I. Storia dell' antica Medicina Veteri- naria empiricea , dai tempi piü remoti sino al tredicesimo secolo dell' era. nostra.
1.? Storia della Medicina Veterinaria presso i Greci, 1 Romani e i Bisantini.
2.^ Storia della Medicina Veterinaria degli antichi Persiani, Indi, Egiziani ed Arabi.
II. Dal rinascimento delle scienze sino alla fondazione dell' anatomia del cavallo; o da Giordano Ruffo sino a Carlo Ruini; o dal 1200 p. c. sino al 1600.
III. Dopo Carlo Ruini fino alla fondazione delle scuole Veterinarie, o dal 1600 al 1763.
IV. Dalla fondazione delle Scuole Vete- rinarie ai nostri giorni.
CAP. IX.
Nella compilazione della Storia Veterinaria empiriea presso i Greci ed i Romani presenta aecurate nozioni biografiche e critiche sopra tutti gli scrittori Greci ricordati nell' Ippiatrica, intorno gli Agricoltori Romani, e gli autori ci- tati dagli uni e dagli altri: procede poscia nella Storia della medicina Veterinaria presso i Per- siani, gl' Indiani, gli Egizi e gli Arabi; ricorre ad Ainsle per ricordare i titoli di due opere in lingua persiana , ma tradotte dal sanscrito, ed aggiugne: , Nol ignoriamo se una di dette ope- , re sia identica a quella, che sotto il nome, , senza dubbio falso, di Ippocrate era stata tra- dotta in arabico da Iano Damasceno nel nono , secolo, e che dall' arabico venne trasportata , in latino da Mose di Palermo nel tredicesimo,
»
XVII
, e che probabilmente si traslató in italico , dall' Affitto nel quattordicesimo secolo. , $i appoggia all'autorità di Molin, del Morelli e di Tirabosehi, ed autorizza a ritenere l' esisten- za di parecchie opere sanscerite sulla medicina Veterinaria, non potendo ignorare che gli ani- mali furono trattati e conservati con venerazio- ne dagl' Indi,i quali possedevano grandi razze governate sotto la direzione degli seudieri reali. Gli Arabi ed i Persi furono in antico, e si man- tengono, fra i piü esperti allevatori di cavalli, dei quali ogni anno spedivano un numero grande nell' India. Ora, popoli, che usano tante cure pei loro eavalli, devono certamente aver compilate e possedere speciali opere sulla medicina vete- rinaria. Per tutte queste considerazioni Heusin- ger ritiene il libro di Ippocrate tradotto dal sanscrito. AÀ questo proposito non é fuor di luogo rammentare, che alcune parole relative all' età de' Cavalli, come Cadaa , Nawuli ecc. che non furono cambiate nel testo latino e nel vulgare, e riconosciute di lingua diversa dall" a- rabiea, possono invece essere sanscrite , sebbene stranamente alterate dai copisti. Un illustre conoscitore della lingua arabiea ci fa credere probabile questa nostra supposizione.
CAP. X.
Che molto anticamente si dovesse in Italia prender cognizione del libro di Veterinaria del- l' India, 6 à ritenersi con certezza, perche nelle provineie Napolitane ed in Sicilia, nel duodeci- mo secolo, come assicura Signorelli, s$ parlava
II
XVIII
il greco, l' arabico, il normanno, il siciliano da popolazioni diverse stranamente mescolate. , In quanto all' arabico, avverte il lodato Heusinger, essere assai noto che dall' incominciare dell' un- decimo secolo molte opere furono tradotte da questa lingua nella latina, e che sin da quell' ora Ruggiero II di Sicilia (1154) aveva molte relàzioni cogli Arabi, e che, degno pre- cursore di Federico II, proteggeva le lettere, amava gli animali, manteneva grandi parchi ecc. Tutti sanno che Federico II (1250), il quale possedeva grandi eognizioni di Zoologia, e della medieina degli uccelli e dei cavalli , era circon- dato da molti arabi; circostanza che gli fu molte volte rimproverata dal Papa.
CAP. XI.
Per rispetto alle traduzioni delle opere di Medicina, compiute anteriormente al decimo se- colo, vuol essere accennato, che Giovanni o Giano Damasceno (che Heusler e Sprengel ritengono essere Giovanni Serapione), d' ordine del Califfo Rasid, verso l' anno 845, dovette occuparsi nel rivedere la versione arabica dei libri greci.
Nessuno e peró venuto ancora a confermare essere stato l' Affitto il volgarizzatore del latino di Mose da Palermo, il quale, secondo altri, avrebbe tradotto dal greco non dall arabico, come il pi degli scrittori crede con fondamento doversi ritenere. Ma chi legge il vulgare del libro delle Mascalcie, si convincerà agevolmente che il iraduttore dovette essere toscano, e la vecchia semplicità del linguaggio , subordinata 'alla. for-
XIX
ma gramaticale rigorosa, lo renderà persuaso mantenere il nostro testo i caratteri dei piü antichi volgarizzamenti del decimoterzo secolo.
CAP. XII.
Riguardiamo per la circostanza, quale av- venimento de'piü fortunati, la pubblicazione compiuta nel corrente anno dal Prof. Giuseppe Spezi di Roma dei: Due trattati del governo e delle infermità degli uccelli, testi. di lingua. ànediti cavati da wn Codice Vaticano e pubblicati e con note illustrati.
Questi due trattati, per dichiarazione del benemerito Professore, furono composti nel se- colo deeimoquarto , cioe ; quando àl linguaggio nostro sonava puro dài qualsivoglia modo forestiere s la. bocca degli womini: Pensa essere stati i medesimi trattati scritti la prima volta in lin- gua antica persiana, volta dapprima nell' ara- biea favella, ovvero nella latina, o nella pro- venzale, o francese, e quindi trasportati sul principio del mille e trecento nella lingua no- stra; quale che sia stato il passaggio dell' opera fra 1 diversi rammemorati linguaggi, 6 certo che il vulgare presenta una rassomiglianza mi- rabile con quello del Codiee delle Mascalcie, e sein un argomento tanto difficile fosse permesso a nol di avanzare un giudizio, saremmo con- dotti a credere che la medesima persona avesse compiuti i due lavori, i quali in qualunque caso sono a ritenersi di un Toscano. Si potrebbe pure eongetturare che i libri di Ipocras, al pari di quelli delle infermità degh Uceelli, che l' edi-
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tore inclina ad attribuire al Re Danchi, ve- nissero in origine dettati nella lingua della Per- sia, perche dedieati a Cosroe re de' Persi, e da persona che visse alla corte di quel re, come si legge nel preambolo di Mose da Palermo, e come si potrebbe credere dal sussistere nei te- sti inediti parole inesplicate, che peró non sono arabiche. L' autorità d' Heusinger puó concor- rere in grado precipuo a dar valore all' espres- sa Opinione.
La suppellettile farmaceutica, di cui son ricchi i libri degli uccelli, non e differente da quella che $1 raccomanda nell' opera di Ipocras: molti morbi sono indieati cogl'identici nomi tecnici. Se pol sl confronta il linguaggio , vi si rieonosee una forma unica, l'identità delle frasi, la medesima qualità di voci, uno stile in sostanza conforme, di sorprendente bellezza, e che per fortuna in ambo le opere non e dis- giunto dall' importanza degli argomenti.
L' uniformità di dottrine patologiche e te- rapeutiche puó risultare facilmente a chi faccia gli opportuni confronti fra i due libri; nel trat- tato relativo agh uccelli, come in quello delle Masealcie, si vede raccomandata , come medica- mento , la radice del giglio, la. sarcocolla, il sale montano, U aloe epatico, à seme del nasturcio , U o- lio sisamino ecc. 'Trovasi la formola, spesso ri- petuta: ancora prendi seme d' aneto, dé cardamo- mo, di pepe, seme dài rafano e seme dài finocchio; pesta, tutte queste cose e meschiale insieme, e mettili in olio sisamino; e di questo gli fà cristero. O tu qrendà del fegato d^ wno uccello che ha nome Sadi ecc.
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Vedesi di eontinuo indieato il bitwro di vacca, il latte dà femmina , U elleboro bianco, à mi- rabolani d' India, il pepe, la. gomma | arabica, e albwme d' uovo e gruogo, il sugo di melagrane che caccia à lombrici del corpo ecc.
CAP. XIII.
L' argomento che abbiamo preso a trattare, riferendosi principalmente all'ignoto autore del libro delle mascaleie ed agli serittori compresi in quel periodo di tempo nel quale, anche per dichiarazione di Heusinger, la Veterinaria non ebbe esistenza che in Italia, cioe dal 1200 al 1500, non permette di intraprendere ]' esame delle Opere in eui si discorre- delle malattie degli uccelli , esame capace di soddisfare l' amor proprio nazionale, per quella parte che vi eb- bero i nostri. In. cotali disamine si avrebbe I' ob- bligo di cominciare da quanto si legge nel libro raro che porta per titolo Ai accipitrariae scriptores: s1 dovrebbe riferire quanto si trova nell' Opera nobilissima composta per :lo eccellente Maistro .Agogo Mago He de tute le passion che viene a. Falcon Astorri e Sparaveri, unita al libro della. matura di cavalli ( Milano 1517 ). Vi sarebbe del merito nel ridurre a buona lezione la detta stampa, la quale non 6? in sostanza diversa da quella che il Cav. Alessandro Mortara stampó nel 1851 col titolo Scritture antiche Toscane di Falconeria. A migliorarne la lezione tornerebbe utile valersi dell' Opuscolo nel quale si tratta della natura deli falconi dele. infirmitade de li vi- medj e dela qgubernacione de queli, unito ad un
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codice vulgare del XVI secolo dell'opera di lordano Ruffo che si conserva nella Biblioteca Parmense; quivi si ricorda un Maestro Gulielmo Falconero che fu nutrito à& la corte de He Rugero e poi stele colo figliolo. Nel testo stampato, ed in quattro edizioni da noi riscontrate , si legge Malgeri a vece di Rugero: e visi scoprono pa- recchi altri gravi errori, de' quali e salvo il te- sto inedito.
CAP. XIV.
Tutto quanto si e6 potuto richiamare in prova della molta antichità del libro, deve ser- vire a far giudieare dell' epoca in cui visse il suo autore, che amó di assumere il piü auto- revole de' nomi, quello di Ippocrate, che nel nostro codice vulgare si dice vissuto ai tempi di Groso o Cosroe, e nel latino di Casdra: , Iste Ipocras erat in tempore Casdre regis ,.
La differenza dei nomi dei re à cui Ipoecras fece omaggio dei libri delle medicine de' cavalli, che nella prefazione al Ruffo di Moli &i dice Condisio, ci costrinse a ricorrere al giudizio di persone autorevolissime e fra le piü versate nella storia e nella letteratura degli Arabi. Il parere ricevuto viene esposto pressoché colle identiche parole di chi lo dettava, e si ripeterà in gran parte nella prima nota al testo vulgare per l' importanza che avrà sempre pei lettori (1).
(1) Antonio Zanon parló con poca sieurezza del libro di Mosé, poiché serisse: al quindicesimo secolo forse ap- partiene il. Libro, o sia Trattato delle Mascalcie de' cavalli , testo a penna che fu già di Francesco Redi, allegato dagli
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Importa appena avvertire che da tutti si ritiene falso il nome d'Ippocrate, perche gli Arabi, come altri popoli, costumarono spesso per raeeomandare anche un misero libro di dif- fonderlo sotto un nome celebre: nella loro let- teratura si contano falsi Aristoteli falsi Galeni: il Professore Ereolani fa parola di un Codice di Ruffo, diffuso col nome di Aristotile, e si puó dire altrettanto di quelli che furono chia- mati Galeni veterinari (1).
Aceademiei della Crusea nel loro Vocabolario; della qual opera non si sa l' autore, quando non fosse l' aecennata di Giordano Ruffo; e forse allo stesso secolo spetta l' al- iro Libro di Mascalcia ricavatlo da Vegezio per Dino di Pietro. Dini.
(1) Nel notissimo romanzo intitolato de' Selle savi si altribuisee ad Ippoerate un fatto che, giusta la tradizione arabiea, diee in latino cosi:
,, Ipoeras fuit medieus peritissimus, et habuit nepo- tem eo subliliorem, el ideo Ipoeras quantum poleral oc- eultabat sibi experimenta curandi. Nepos tamen optime attendebat et ad receptas et ad infirmitates et ad modum eurandi ; et hee omnia conscribebat in libro. Tune aecidit ut infirmaretur filius eujusdam Comitis. Et, quia Ipoeras ire non poluit cum vocatus fuisset, nepotem suum misit. Qui eonsiderans et qualitatem egritudinis et. complexio- nem infirmi ae parentum proprielates , reperit in infirmo non esse aliquod vestigium Comilis, et vocata matre, secrete dixit juvenem non posse eurari nisi vidisset plene eomplexionem — patris. Tune illa, amore juvenis mola, revelavit quomodo erat conceptus de adulterio, et patrem verum sibi ostendit. Qui, eognita ejus co- gnacione, et proporeionala medicina cum opposilis, se- eundum artem, juvenem omnino euravit. Et rediens cum magnis donariis ad Ipocratem quid fecerat nuneiavit : qui, magis invidens ejus subtilitati, duxit eum ad virida- rium herbarum, et inquirit si determinatas herbas cogno- seat. Qui cum respondisset quod sic , et experimento pro- basset, ait Ipocras: collige mihi de tali; qui cum ineli- nasset se, Ipocras, evaginato gladio, nepotem occidit. Tran- saetis ergo multis diebus, fluxus ventris Ipoeratem invasit,
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Quel Cosroe (Cosroes, Kersa degli Arabi) il quale ecomandó ad Ipoeras di scrivere sulle malattie de' Cavalli, si ritiene essere il famoso Cosroe Nuscirevar, contemporaneo di Giustinia- no, riguardato quale il Luigi XIV dell oriente: , motto lui furono fatte le traduzioni dall' in- , diano e da altre lingue in pehlwi, e nel IX ,. Secolo dal pehlwi in arabico, come poi nei , secoli XIII e XIV dall' arabico in latino, indi , in italiano. La lezione Condisio potrebbe de- , rivare da qualche lettera arabica sbagliata , nella copia, per esempio GREV ( Kersa ) fatto , AURLIN, non diffieile a confondersi nella ,. Scrittura nestalick ,.
CUPIS
La storia del libro indiano di Veterinaria ci costringe a citare nuovamente Heusinger per correggere un errore in cui sembra esser caduto il dottissimo Alemanno appoggiandosi al cata- logo della biblioteca Huzard, famosa perché la piü ricca di quante mai fossero di opere di Ve- terinaria: l' errore riguarda un codice di Ma- scaleia unito a quello di Bonifacio,e che porta il nome di Ipoeras Damasceno. Ecco quant' egli diee :
, Bonifacio sottoil regno di Carlo d' Anjou , & Napoli (1266-1285) pochissimo conosciuto:
quem sedare nepos suus super omnes viventes melius scie- bat.... Unde Ipoeras.... ait: justum est judieium dei ut ab hae infirmitate non possim eurari , quia interfeei illum qui in hoe super omnes florebat... ,,
(Estrallo da un cod. del sec. XV. conservato nella Parmense )
XXV
, ma i manoscritti ricordati sono notevoli, per- , ché hanno aggiunto il trattato dell' Ippocerate , Indiano. Cita 1 due seguenti.
, l.9 Adsit principio Virgo Maria meo, Ineipit liber, alius tractatus de morbis natura- libus et aecidentalibus ae signis et curis equo- rum. Incipit capitulus primus primi libri Y po- cratis et. Damasceni.
Codice della Biblioteca di Monaco, v. presso
UL Affli£to ( degli serittori del regno di Napoli Tom. II pag. 158) (Molin pr. p. XXXIV ).
, 2.9 Al nome de Dio... Comenza lo pro-
,. logo de lo libro (di misser Bonifacio) de la
, Maresealearia deli Cavall..... secondo misser
, lordano.... Lo libro di misser Bonifacio é
, translatato de gramatica e lectera greca in
, latiua per frate maestro Antonio Da pera.
, — Ineipit liber, alius Tractatus de morbis na-
EI E] E 3
turalibus et aecidentalibus ac signis et curis Equorum.... Ypocratis, et Damasceni fol. ma- ,. noseritto del XV secolo. Bonifacio aveva scritto in lingua greca, l' originale 6 ancora sconosciuto. Questo prova che la lingua greca era ancora molto diffusa nel tredicesimo secolo.
CAP. XVI.
Il libro di Bonifacio, che noi possediamo, trascritto dal bellissimo Codice membranaceo a due colonne posseduto dal Conte Ercolani ha il seguente prologo:
, Comenza lo prollogo dello libro della . marescaleia : — Nel nome de Dio e de la
XXVI
, Vergine Maria e de Sancto Aloe, e de tuti , li Saneti. Comenza lo prolgo de lo libro dela , maneschalecia de li eavali eee. , Terminato il libro, che e di 180 capitoli , o di tanti quanti se ne contengono nell' opera di Lorenzo Rusio, da cui Bonifacio prese tutta la materia, gioveri trascrivere la dichiara- zione posta infine del medesimo ; il confron- to fra Bonifazio e Rusio verrà presentato in appresso. , Fenito e lo Libro de Misser Bonifatio et , translatato de gramatica et de lettera greca , In latina per frate Antonio da Pera mastro , in teollogia, in scienza grecha, et altre scien- ,. tie, dell' ordine de li Predieatori. Lo qual . missier Bonifatio farove a saper et intender , chi fo, e come fo, e perche feche questo , iraetato. Questo missier Bonifatio fo medico , de utriusque artis, scilicet de Cerusia et de , fisica, valentissimo et sufficientissimo philo- , Sopho et anigremantico et archemista, chia- , mato Mastro Bonifatio, e fo gentilissimo e , rechissimo homo de l' alta Gretia de Cella- ,. bria, e dicese che in quel tempo et inanti , che se ricorda no fo piü valente homo de , questo in le predicte scienze. Et haveva grande , et bellissime raze de questi gentilissimi ani- , mali cavalli, et dicesse che questo fo lo prin- . Cipio de fare la raza de Chiaramonte. De , che questo Mastro Bonifatio desprezao questa , arte de medicina de'corpo humano et ina- ., morosse tanto a questa praticha de questo . gentilissimo animale Cavallo. Et per desiderio , et allegreza de zaseun Serenissimo Signor et
XXVII
aneora dileeto de' Magnifiei nobili et potenti homini, et doetrinamento de zascaduno et prode valente Mastro manescalcho feche questo suo Tractato et libro de pratica. E questo fo in lo tempo dello Serenissimo Si- egnore Re Carlo primo, lo quale amó tanto questo Mastro Bonifatio per sua doctrina de virtute de scientia che ipso haveva, che lo dicto Re Carlo lo fece suo cavaliere de sua propria mano, et donolli in Calabria una ci- tate che se chiama Geracehi, e fechelo Mae- stro de tocte le sue raze et stalle, et donaole unze octo per anno in le doanoe, et Cala- bria una citate, et coss) le intitulao de Mis-
ser Bonifatio, e ceossi lo dieto Misser Boni- .
fatio pose a nome a questo suo libro JBo- nifatio Tesauro de Cavalli. In. lo qual libro troverai et in là sua praticha dubj che quasi li ponea disperati et incurabili, allegando et dicendo che lo facea perché li maestri me- rescalehi fossero piü preveduti et di grande dilgentia operassero lor cirosia cum lor de- diti signi e pianete. Perché sono multi Maestri de puocho intendimento, chi prende lo ferro e poi sanare lo unguento , e prende lo focho, e poi sanare lo ferro. Et inperó zascuno Mastro debiano aperire li occhi, audire et assal videre, e puocho vachilare, e cossi lo dieto Maestro Frate Antonio hane translatato questo presenti libro de quella profunda e chiusa scientia gramatica greca in vulgana lettera e gramatica, et in lingua italicha et taliana azó che zascuno ne possano prendere dilecto et amaistramento in. liberatione et
XXVIII
, Vita de lo nobilissimo animale supradicto. , Et a laude et gloria delo nostro Signor Mis- , Ser yhu xpo, de la Vergine Maria, che ni , perdona li nostri peccati in questa presente » Vita, et preducani alla gloria de la vita eter- , Dà, se li piace, qui est benedictus per infinita , Secula seculorum ,.
QAP. XV
Se fossimo in obbligo di ritener vere le cose esposte sul conto di Maestro Bonifatio, nessun libro presenterebbe importanza maggiore del suo; ma per l' opposto, accuratamente esa- minandolo, sorgeranno molte cagioni di dub- biezza. Anzi, chi abbia scorsa l' opera di Lorenzo Rusio, resterà convinto della perfetta rassomi- glianza col dettato di Bonifatio, e dell' essere false od erronee pel maggior numero le circostanze asserite. Ne si puó forse credere nemmeno che fosse dettato in greco, giudicandosi facilmente in quei tempi greco un linguaggio sconosciuto. Ma il Codiee latino dell' opera di Rusio già della Costabiliana, l' altro Codice in dialetto siciliano, entragbi molto antichi, potranno dar luce al- l'argomento e far manifesto che Bonifatio fa- cesse la sua compilazione sopra un testo sici- lano di Rusio. Per affermare positivamente la cosa, S' incontra un ostacolo in ordine ai tempi in eui vissero ; Bonifatio fu famigliare di Carlo d' Anjou, Rosso o Rusio Lorenzo, fu medico Veteriario in Roma, amico del Cardinale Na- poleone Orsini, e per questo avrebbe scritto, secondo Heusiger, fra il 1288 e 1317, poich?
XXIX
parla di un' epizoozia del 1301. Sembra peró piü ragioneyole ritenere, anche coll' autorità di Ippolito Venturi, essere stato scritto ante- riormente il libro di Rusio, sapendosi che Na- poleone Orsini ottenne la porpora da Bonifacio ottavo il 17 dieembre 1295, e che mori nel 1308; quest! ultima data aleuni storici là por- tano al 1312 ; sarebbe peró sempre di piü an- ni anteriore al 1347; né in questo caso puó dimentiearsi, che le dediche agli alti personaggi, alle persone costituite in dignità, sono in ge- nerale contemporanee al loro innalzamento; né deve tralasciarsi di considerare che Rusio dichia- ró d'essersi giovato dei precetti di Giordano Ruffo, di Frate Teodorico, e di Maestro Mauro che cita ripetutamente; pertanto non avrebbe dimenticato Bonifatio qualora lo avesse consul- tato. Bonifatio d' altronde scrisse positivamente dopo il 1301, poiché rammentando egli pure la febbre pestilenziale di Roma , aecaduta in quel- l' anno, lascia comprendere ch' essa fu prima del tempo nel quale seriveva.
CAP. XVIII.
Che diversi libri di Medicina Veterinaria fossero anticamente ridotti in siciliano prima che in latino od in vulgare, lo fan pensare le osservazioni presentate dal dottissimo Heusinger intorno all' opera di Giordano; premette essere stato huffo il pii grande degli autori di Vete- rinaria, e che viveva ancora alla morte di Fe- derico IL, del quale, per la sua qualità di grande dignitario della Corona , sottoscrisse il
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lestamento. , Ego Jordanus, magnus justitiarius Ruffus de Calabria imperialis marescallus major interfui his et subscribi feci ,. Egli fu dunque grande Seudiere, od ebbe quella carica che in altri stati veniva detta de' Conestavoli o Conne- stabili, (comes stabulorum, 0o comes marestalli). Ruffo, come s' e detto, viveva alla morte del- l' Imperatore, il quale per le sue estese cogni- zioni doveva aver concorso alla compilazione dell' opera del suo scudiere; l' ultima edizione della quale venne ecompiuta dopo la morte del Re, e corrisponde a quella pubblicata dal Prof. Mo- lin: maà anteriormente, avendo dovuto scrivere pei marescalehi delle Scuderie Imperiali, non poteva essere stata dettata che in siciliano. Heu- singer afforza opportunamente la sua opinione col rieordare il Codice Sicilhiano di Ruffo che si eonserva nel Museo Britaunico, e l' altro citato dà Molin, già della biblioteca Damiani di Ve- nezia, in cui si legge. , Incipit. liber mani- sealcie. , Nui Messeri Jordanu Russu de Cala- , bria volimo insignari achelli chi avinu à nu- ,. iricari cavalli secundu chi avimu imparatu , nela manestalla de lu imperaturi Federicu , chi avimu provatu e avimu complita questa , Oopira nelu nomu di Deu e di Santu Aloi ,.
Potremmo citare un altro Codice Siciliano di Giordano Ruffo che teniamo sott! occhio, se non fosse gravemente mutilato; abbiamo peró un diverso mezzo per far palese, che nei tempi andati, 1 Principi Italiani portarono grande amore al Cavallo, e favorirono coloro che rivolsero 1i loro studi alle malattie del pii prediletto fra i quadrupedi; qualeuno anzi
XXXI
non isdegnó, ad imitazione di Federico se- condo di Sicilia , di farsi autore di precetti ve- terinarj. Quell' Alfonso secondo di Ferrara, trop- po noto per le sventure del grande Torquato, serisse un libretto per far conoscere le medici- ne che si richiedono pei cavalli ammalati: pos- sediamo una eoplia del medesimo, e perché cre- diamo essere forse l' unica in Italia ne trascri- viamo il titolo ed il preambolo fatto da chi ebbe a copiarlo d' ordine dell' Estense. E cosi: , Questa & una copia di libretto scritto a Pen- .1 dal Ser.mo Sig. Duea di Ferrara D. AI- , fonso d' Este mio Signore, dove non solo so- no notate tute le Medicine che si richiedan per variatüi mali de Cavalli, ma molte cose concernente a tal materia: li quali medica- menti esso Sig. Duca dalla sua Pueritia vel a fatte notare, et havendomi comandato esso Sig. Ducha che 1o Gio. Alberto Villano di tal libretto .ne fessi una copia di lettera in- tiligibille per poter mandar quella al Serenis- simo di Sassonia suo Nepote, in uno istesso tempo io ne feci dui, e uno di quelli tenne , per me, quale &é la presente, et sappiate che sono segreti esperti, et io di molti ne ho ve- , duto l' esperientia ,. |
Il singolare libretto del Duca Alfonso me- riterebbe d' essere conosciuto, e ne sarebber degni altri codici di Veterinaria che apparten- gono esclusivamente all' Italia. Prima d' ogn' al- tro vi avrebbe peró diritto Lorenzo Rusio, poi- che col ridurre a corretta lezione l'opera di questo dotto scrittore, si otterrebbero in un sol libro pressoche quelli di tutti gli ippiatri del
»
»
XXXII
medio evo. FL confronti ridurrebbero alle propor- zioni vere i meriti di eiascuno, cosi, ad esempio, paragonando il libro su ricordato colla Mascal- cia Toscana di Vincenzo Ferri si rileverebbe che aleuni de' segreti insegnati dal Duca Alfonso vi sono ripetuti.
CAP. XIX,
Coloro, a eui potessero sembrare soverchie le digressioni, vorranno, speriamo, perdonarci, 8i perché sonosi parecchie cose accennate, sfug- gite ai piü sino al presente, rettificate altre; si ancora perché non potrà dirsi essere il libro di Mose da Palermo il fondamento de' poste- riorl, ove non si abbiano trasceritte alcune delle parti delle differenti opere, che offrono piü per- fetta rassomiglianza sia nei precetti, sia nella forma adoperata per farli manifesti. Passiamo ora ad occuparci di Ipocras Damasceno, altro testo inedito, secondo Heusinger, del libro in- diano. Il codice Ercolani, unito al Bonifazio, ha principio eolla seguente invocazione: Adsit prin- cipio Virgo Maria meo.
, Incipit liber, alius tractatus de morbis , naturalibus et accidentalibus ae signis et cu- , ris Equorum. Incipit Capitulus primus, pri- , mi libri Ypoeratis et Demasceni ,.
Il primo capitolo verte sulla febre come nel libro di Eroteo o di Jerocle, che aleuni les- sero e citarono, come Simone da Genova e Mat- teo Selvatieo, sotto il nome di Erodio. Negli al- tri argomenti si eonosee che il compilatore ,
XXXIII
quantunque in aleuni luoghi apparisca confor- me all'Ipoeras indiano, ricavó le sue massime da altri, che non furono mai ricordati dal piü antico, e cos trattando della eura della stessa febbre cita Stratonico, che in quello stato mor- boso consiglia di non eacciar sangue , contra- riamente a quanto preserive Ippocrate.
Nel capitolo del male artetico , ricorda Apsir- to , lo filosopho , ed il suo metodo di cura, suc- cessivamente Eumelo, altro degl'Ippiatri greci: discorrendo delle Serofole (Cap. XV) &i riporta a Geronimo, successivamente ancora ad Apsirto, del quale ripete altresà i nomi delle malattie come Sinosmiosis zioó plage facte alla spalla , esca- dentia , sinomia o delle due spalle ecc. Tratta della Dissuria, Stranguria ecc. sempre riferendosi agl' insegnamenti di Apsirto ; dello , Opistonicho voi thetanico ,, zoe lo malle dela corde quando have lo collo stiso ecc. del cavallo fatigato al Cap. LX. e diee che Absirto riprova la sanguigna , ma che devese ongere cum oglio e cum vino li piedi, le spalle e le ganbe, e devese frecare bene mollemente cum le mane ecc. e se illo à forte fatigato mon li devi preponere orgio davanti, e questa cosa piace ad. Absirto et ad. Ewmelio ecc.
Leggo in Ruellio (raccolta degl'Ippiatrici Gréér^Cáp. LXI):
Apsyrti iis qui via aut cursu fatigati , aut spiritu distenti sunt, aut deiectione vexati.
, Itaque primum curae fuerit ut stabu-
, lentur loco non duro, sed molli, cui laeta-
. men superiectum sit ,. (Il Napoletano scrive: I"
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non slando «a loco duro mai, de avere cosse mogli) , Dein vinum ex oleo tepefactum convenit in- » Spirare, postea defricare, postremo calida aqua , liberalius eluere, manu terga subigere , un- . gere, frieare, vestimentis obvelare , sub te- , eta continere ,.
Non riporteró altre cose, sembrandomi a sufficienza dimostrato che quest'Ippocrate Da- masceno si e quello della raccolta degli Ippiatri Greei tanto diverso dall'Indiano , e che il Co- dice unito a quel di Bonifacio, di cui parlarono Huzard ed Heusinger, e compilazione di un Na- poletano fatta sopra i libri de' Greci. Il sapiente Alemanno, parlando appunto dei Codici degli serittori Greci e degli altri Ippiatri, ammette con fondamento che la maggior parte de' me- desimi debba esistere ancora, e dice infine: , gio- và sperare che qualche filologo s'interessi dei nostri dimenticati autori, e si dia la cura di paragonare i diversi manoscritti ,. Ricorda che la traduzione degl'Ippiatrici Greci, eseguita da Giovanni Ruellio, e differente dal testo greco di Grineo in molti luoghi; mancano alcuni capitoli, che si trovano nel greco, ed e diversa la loro distribuzione; Grineo ne porta 129, Ruellio soli 122.
Quello che intorno ai Codici degli scrittori greci venne osservato da Heusinger noi possia- mo ripetere pei nostri Veterinari del medio evo. Ma chi in Italia si sente capace di risvegliare i morti Ippiatri? Chi penserebbe a ricompensare la persona che fosse da tanto, quantunque al- largare si potesse anche con tal opera il campo delle glorie nazionali?
XXXV
Innanzi di tralasejare il discorso relativo al codice di Bonifacio e di Ipocras Damasceno, e nostro uffieio l'assicurare, che intorno al pri- mo forniremo in appresso altre prove della sua identità eon Rusio, e che entrambi i codici da noi citati furon materialmente scritti nel 1498 da un Sebastiano Bruschi da Carpi, come si legge in otto versi lasciati dal copista nell' ul- tima pagina del libro.
CAP. XX.
Cumulate ed esposte le ragioni della molta antichità e dell' importanza del libro delle Ma- scaleie, dobbiamo investigare chi fosse ed in qual tempo vivesse quel Mose di Palermo, che ebbe il merito di portarlo nella lingua latina. Nel eodice di Modena, nel vulgare nostro, non si fa parola del traduttore: se peró col- la testimonianza di valenti scrittori abbiamo potuto ritenere essere il volgarizzamento del XIII secolo o del principio del XIV, resta im- plieitamente provato aver dovuto Mose di Pa- lermo convertirlo in latino nella prima metà del secolo XIII, trovandosi agli ordini di Fede- rico IT o di Manfredi. I compilatori del Dizio- nario di Bassano , appoggiandosi a Tiraboschi, assicurano aver fiorito il detto. Mose nel tredi- cesimo secolo.
La testimonianza del Signorelli e di Tira- boschi fu accettata, come assoluta, dal Profes- sore Ercolani, il quale fece altresi opportu- namente conoscere che Agostino Columbre, Manisealeo di S. Severo (autore di un libro
XXXVI
importante di Veterinaria stampato la prima volta nel XV secolo) cita Mose come una grande au- torità al Cap. 17 e 35, e si puó aggiugnere dove tratta della Colica, scambiando le sue tra- duzioni in opere originali.
La forma aforistiea con che sono esposti i precetti di medicina Veterinaria nell'opera del nostro Ipocras, la sicurezza colla quale racco- manda buon numero di farmachi, l' espressione costantemente semplice e bella, esente, meno rarissimi casi, dalle formole superstiziose , e da- gl'ineanti che durarono in uso sino al sedicesimo secolo , ci eonvinee essere stato il libro di Mose di Palermo la principale e piü conosciuta auto- rità da cui rieavarono i loro librii pià pregiati scrittori che dal 1250 al 1600 trattarono la medicina degli animali. E coloro ugualmente, come già abbiamo avvisato, che in seguito ai giudizi di Du-Cange, di Morelli, di Metaxà, del padre Sorio , ecredettero dover ritenere che Piero De-Crescenzi rieavasse il libro nono della sua opera di Agricoltura dal trattato delle Mascalcie di Ruffo, senza eitarlo , ovvero facendo credere si fosse a lui riferito, chiamandolo vir prudens ex expertus nostri temporis , dissero cosa diversa dal vero. L' Abate Morelli riputó essere Fra Teo- dorieo de' Borgognoni da Lucca, Domenieano, Vescovo di Cervia, il vir prudens perche autore di un libro di Veterinaria, sopra quello che gli - scrittori antichi ed à periti àn quell' arte. insegna- rono: pel padre Sorio il vir prudens dovrebb' es- sere Giordano Ruffo. Ma io, non potendo pun- to aecettare ne l'una né l'altra opinione di que' lodatissimi uomini, ritengo che il savio
XXXVII
40mo, contemporaneo di Cresceenzio, fosse Mose di Palermo. Nella mente del lodato Abate Mo- relli aveva peró fatto grande impressione il si- lenzio di Ruffo intorno all'età de' cavalli, argo- mento al quale si riferisce la citazione al vir prudens; ed aveva anche giudiziosamente osser- vato che l' agronomo Bolognese nei pezzi ricopiati da Ruffo, di tratto in tratto vi mette del suo, per concludere : anzi il capo primo , de aetate equorum et equarum , nell' opera. del. Ruffo manca affatto.
CAP. XXI.
Heusinger, il quale ha scritto con tanto sen- no sugl'Ippiatri Italiani vissuti nel medio evo, intorno a Crescenzio, filosofo, medico , e perito nel diritto, avvisa, che dopo aver compiuti gran- di viaggi compiló un' opera su l' agricoltura, l'al- levamento e le malattie degli animali domestici, la quale ha ottenuto una riputazione immensa ; stampata la prima volta nel 1471 col titolo di: Opus ruralium commodorum. Quanto 81 riferisce alle malattie degli animali, dice essere una compila- zione presa dagli scrittori latini di cose rusticali e da Giordano Ruffo; non aver nulla di proprio, ma essere nondimeno stimabile perché serisse da uomo illuminato ed esente da pregiudizi.
Confrontando il libro nono di Crescenzio coll' opera di Ruffo, incontransi diversi capitoli che sembrano copia fedele gli uni degli altri; ma essi son appunto cosi perché Ruffo e Cre- scenzio ricorsero ad un' uniea fonte, ossia al libro di Mose di Palermo. L' argomento, già po- sto in campo da Morelli, ha un gran valore,
XXXVIII
poiche l'incontrare nello scrittore Bolognese i precetti relativi ai earatteri delle età dei ca- valli, maneanti in Ruffo e identici a quelli che si leggono nel libro pià antico di Mascalcia , mo- stra all'evidenza che da questo sono ricavati, non dall'opera del manisealeo di Federico di Sicilia.
CAP. XXII.
Ulteriori fatti e pià aceconci a dimostrare veridiea la massima esposta , potemmo ricavare dal confronto delle opere di Crescenzio e di Mo- se; con tale mezzo fummo convinti avere il pri- mo copiati alla lettera 1 corrispondenti latini del traduttore del libro delle mascalcie. Ma siccome importa indurre nell' animo de' lettori il con- vincimento nostro, trascriviamo ora quelle par- ti precipue di Crescenzio copiate dal latino di Mosé; e cosi l'intero Cap. VIL, de cognitione pulchritudinis equorum; ed i successivi VIII e IX traseritti da un codice latino di Crescenzio di lodevolissima lezione conservato nella Biblio- teca Parmense: dove Crescenzio si dimostra dif- ferente da Mose, eopia da Vegezio e da Pela- gonio, come lui stesso assicura.
De cognitione pulchritudinis equorum. Cap. VII.
Equus puleher habet corpus magnum et longum; et sue magnitudini et longitudini proportionaliter ommia membra respondent. Caput ejus sit gracile, siccum et convenienter longum ; os magnum et laceratum habeat; nares inflatas et magnas; oculos grossos , vel non occultos;
XXXIX
üurieulas parvas et aspideas deferat. Collum habeat lon- gum et graeile versus caput; crines paucos et planos; pe- ctum grossum et quasi rotundum ; dorsum curtum et quasi planum; lumbos rotundos et grossos; costas grossas ut bovinas; ventrem longum; anchas longas et tensas; clu- nem longum et amplum (1). Caudam habeat longam cum paucis et planis crinibus. Cropas latas et bene carnosas. Gareta satis ampla et sieca. Falees habeat curvas, ut cervus. Crura bene ampla et pilosa; iuneturas crurium grossas et curtas ut bos; ungulas pedum amplas, duras et concavas, prout decet. Sit etiam equus altior aliquan- tulum in parte posteriori quam in anteriori, ut cervus; collum deferat elevatum et (2) sit in eo grossities juxta pectus. De pilo diversi diversa sentiunt, sed pluribus vi- detur quod bajus securus super omnibus est laudandus. Sciendum est denique quod pulchritudo equi melius potest eognosci macie quam pinguedine in equo existente.
De signis bonitatis equorum. Cap. VIII.
Melior equorum est ille qui habet visum amplum, et videre suum est longinquum, et fortem habet gpardatu- ram, et fortes aures, et longas comas, et forte pectus et amplum , et eurtum schinale, et longas coxas et gam- bas anteriores, et curtas gambas de retro , et subtile mu- sellum et eaput nasi, et suaves pilos, et amplas groppas, et colium grossum, et comedit bene. Equus habens nares magnas et inflatas, et oculos grossos non concavos (3), audax naturaliter reperitur. Equus habens os magnum,
(1) Var. lez. clunem longam et amplam. (2) Al. ut. (3) Al. ac concavos
XL
maxillas graeiles et macras, et collum longum et gracile versus capub, ad frenandum est habilis. Equus habens costas grossas, ut bovinas,et ventrem amplum, et deor- sum pendentem, laboriosus et sufferens judicatur. Equus habens garecta ampla et extensa, et falces curras, que garecta interius respiciant, in gressu celer et agilis esse debet. Equus habens garecta curta, et falees extensas, el anchas curbas, debet naturaliter ambulare. Equus ha- bens naturaliter juneturas erurium grossas, et pasturalia curta, velut bovina, fortis esse censetur. Equus tenens ad se truneum caude stricte inter coxas, fortis et suffe- rens est, ut in pluribus, sed non celer. Equus habens crura eb iuncéuras crurium satis pilosas, et pilos in eisdem longos, laboriosus existit, sed agilis non de facili repe- rietur. Equus habens clunem longam et amplam, et anchas longas, et extensas, qui sit altior posterius quam an- terius, velox in longo cursu, ut in pluribus, invenitur (1).
De signis malitie et utilitate equorum. Cap. 1X;
Equus habens maxillas grossas, et collum curtum, non de facili affrenatur decenter. Equus habens albas un- gulas universas, vix, vel nunquam, duros pedes habebit. Equus habens auriculas pendentes et magnas , oculos con- cavos, lentus et remissus existit. Quando supremum nasi equi est multum bassum, non potest respirare per nares, eb ideo minus valet. Quando equus videt in die, et non in nocte, dimidiatur pretium eius; hoc autem cognosci- iur: si ducis (2) eum in nocte ad rem quam timet in
(1) Al. reperitur , judicatur. (3) Al. si. ducitur.
XLI
die, et tune non timet, et quando non movet pedes ni nocte, sieut. in die. Si oculi equi sunt albi, minoratur valde pretium ejus, quia ductus ad nivem, vel locum fri- gidum, non videt, sed in loco non lucido et tempore ca- lido bene videt. Equus jactans aures suas retrorsum in omni tempore, minoris est pretii, quia surdus est. Quando equus non hinnit, neque clamat, nec aliquem sonum cum ore facit, mutus est. Equus habens durum collum, et ipsum est semper extensum, et cum ambulat non levat caput et non movet collum ad dextram et sinistram, est pessimi vitii, et est magnum perieulum equitanti, quia non potest volvi ad sensum ejus, ideoque pro milite non est bonus. Equus, eui vadunt genua intra ut arcus , parvi esb preti, quia pessime. vadit. Equus cuius anteriora crura torquentur ut arcus, teneri non debet cum sit pauci valoris. Equus eujus anteriora crura semper moveri vi- dentur, malorum est vitiorum (1). Equus levans caudam superius et inferius, mali est vitii. Equus, cui semper videtur inflatio super genu, in proximo tempore suum ire amittet. Si equo videtur inflatio dura in pedibus an- terioribus vel posterioribus (2), in sua operatione non nocet; et dicunt quod, si in pedibus anterioribus est in- flatio dura, securus est quod aliud malum non descendet ad eum (3). Equus habens in omnibus pedibus crepacias, id est rapas, et non potest curari, minoris est pretii, quia turpioris apparitionis existit. Equus, cuius pili de iun- cturis reversantur insursum, in sua operatione non le- ditur, et ungule ejus fortiores existunt. Si equus movet pedes alio modo quam alii equi, leditur in sua opera- tione, ideoque minuitur pretium ejus. Si unus pedum de (f) Al. morum.
(2) Al. postremis (3) Al. ad ca.
XLI
retro alium tangit eundo, multum in sua operatione no- cet eidem. Si testieuli equi sunt multum magni, turpior est, et in operatione nocent; et si ejus virga semper est pendens, turpiter est, et non est ab honesto homine equi- tandus. Morphea, id est albedo, in collo, vel in musel- lo, vel supra oeulos, turpiorem facit equum , sed in ope- ratione non ledit. Movere de flanchis equi non est bonum.
Sarà facile pel lettore riconoscere la ras- somiglianza dei riportati capitoli, in alcune parti affatto conformi ai corrispondenti del li- bro delle Mascalcie, osservando i testi pub- blieati, che, per questo, non trascriviamo di se- guito a que' di Crescenzio. Quello che piü varrà in questo caso sarà riportare da Rusio e da Bo- nifaeio la descrizione ch'essi fanno della bellez- za del cavallo, pel fatto che si troverà identica anche per rispetto a loro.
Riguardo a Rusio si copia dal Codice Sici- liano, perché a nostro avviso de' piü antichi fra 1 eonosciuti: al cap. 4 — De ]la belleza deli cavalh — si legge:
. Le parte dela belleza son queste: lu ca- » vallu ane lo capu pizulu e siccu, e che la ,. pelle bene se astringa all'ossa delu capu. Et , aja le rechie pizuli et acute come rechie de , Serpente. Et l'ochi grandi et non concavati. , Le nare aperte et cosi comu inflate. Le massille » graile e secce. La vocca grande e bene scartata. , Lu collu longu e sutile apressu lu capo. Et lu ,. guarese acutu, ma quasi stesu et durectu. Lu , dorsu eurtu e quasi planu; li lumbe retundi et . quasi grosse. Le coste e li flancora cosi comu , bove. Et aja l'anche longe et stese. Et aja la
XLIII
grengnia e la eoda cun poche capille e longe. Et le cosse late et earnose, cosi dentro comu da fore. La garetta anpla seeca et stesa. Le falce corve et anple et tegnili eos comu cervu. Le gamme bene anple, pilose e secce. Le jonture dele ganme grosse, e non carnose apressu l'un- ge, a someglianza de bove. L'unge rotunde, solle et fisse. Et universalmente aja lu ca- vallu tuete le menbra bene compartute alu corpu eusi in longanza comu in amplezza. sla lu eavallu plu altu dala parte derectu che dala parte denante, eos? comu lu cervice ,. Bonifacio. Della bellezza deli cavalli. Cap. 2. , Queste cosse son le parte de la belleza chel cavallo die haver: inprima si die avere el cavo (capo) pizollo e sicho, e la pelle die aeostare al'osso del cavo; li aurechi eurti et acuti como de aspadi, li ochi grandi e con- chavi, li narichi largi eomo fosseno inflati, e li gangi magri et sicchi, la bocha grande e squarzata , el collo longo e sotille apresso lo cavo, sairese (garese) acuto ma steso e dricto, lo dosso chineo e quasi piano , li lombi rotondi e grossi, li costi e li fianchi bovini, le anche longe e tese, la coma del eollo e de la coda co pochi e longi grini; le cosse late e carnose tanto dentro quanto de fuora; le carite (garetti) ample, sicche e stese; li falei curvij et ampli, e '] qual tenga el cavallo cervihe; le cosse (gambe) ben ample et pi- lose e secche; le gionture dele gambe grosse e non earnose e inchine a simianza de' bovi; l'ongie rotonde, solde e dure: universalmente tuti li membri proporcionati al corpo, tanto
XLIV
, In longeza quanto in alteza si correspondo- , no. E sia il cavallo piàü de la parte de' die- . tro che dala parte de'nanti alto, al modo del cervo ;,.
Non una parola di piir non una di meno di Itusio: & ad osservarsi peró che non e diffe- rentemente trattato un tale argomento in Ruffo, che costituisce il capitolo quarto del suo libro dell arte de Marascalchi traslatata de latino. in. vol- gare per Frate Gabrielo Bruno maestro in. Theolo- gia delli Frati Menori: identità & pero maggiore fra Bonifacio e Rusio.
CAP. XXIII.
Per confermare con ulteriori fatti , che tutti gli scrittori ippojatriei del medio evo fondarono le loro opere sui dettati dell' antico , si trascri- vono i capitoli, corrispondenti ai premessi, dal libro di Rusio, quali si leggono nel nostro cor- rettissimo codice; eió varrà a far meglio spic- care i| distinto sapere dello scrittore Romano , guasto nei testi pubblicati.
De pulchritudine Equorum.
Pulehritudinis partes sunt he. Habeat equus caput exiguum et siccum, et pellis bene inhereat ossibus capi- lis; Aures breves et acutas quasi aspldeas; Oculos ma- gnos e non concavos; Nares patulas quasi inflatas; Ma- xillas graciles, et siccas; Os magnum et laceratum; Col- lum longum, et graeile iuxta caput; Garese vero acutum, sed quasi tensum et rectum ; Dorsum eurtum, et quasi
XLV
planum; Lumbos rotundos et quasi grossos; Costas et Ilia ut bovina; Aneas longas et tensas; Comas et Cau- dam eum paucis et longis crinibus; Cossas latas et car- nosas tam interius, quam exterius; Garetta ampla, sicca et extensa; Palees curvas et amplas, quas equus teneat ut cervinas; Crura bene ampla et pilosa et sicca; Jun- eturas erurium grossas, et non earnosas propinquas ungu- lis, ad similitudinem bovum; Ungulas rotundas, solidas et fixas. Et universaliter habeat equus omnia membra proportionata corpori tam in longitudine quam in ampli- tudine. Bit vero equus altior ex parte posteriori, quam anteriori, velut cervus, et collum deferat elevatum, vi- delicet, grossitudinem juxta pectus.
De Coloribus Equorum.
Colores Equi sunt hi: Badius, Aureus, Albineus, Roseus, Mureus, Cervinus, Gilbus, Seutulatus, Albus, Gutatus, Candidissimus , Niger, Pressus. Sequentis me- rii: Varius cum pulchritudine, mixto in eo nigro, vel albino, vel abstidio, vel badio, mixto cum cano, vel cum quovis colore; Spineus, Maculosus, Murinus, Ob- seurior Secundum vero D. Jordanum, Color badius, et semialbus obseurus, super ommes alios est laudandus. In emissariis autem precipue clari et unius coloris eligendus est Equus; ceteri despiciendi sunt, nisi vel magnitudo, vel membrorum aptitudo , culpam coloris excuset.
De merito et bonitate Equorum.
Meritum dieitur bonitas Equi. Pluries accidit quod aliquis Equus est turpis, male formatus et mali coloris, est tamen valde bonus; et, propter ejus bonitatem et
XLVI
meritum , Equus debet haberi carus, quia potius cupit homo bonitatem quam pulchritudinem. Nam, si res habetur propter utilitatem et bonitatem, utilior est bonitas quam pulehritudo: ergo affectare debes plus bonitatem , quam pulchritudinem ; et ideo bonitas Equi excusat eum a tur- pitudine; sed si pulchritudinem cum bonitate haberet si- mul junctam , melius esset. Et est notandum quod pul- chritudo factionum equi, melius discernitur et monstra- iur in macro, quam in pingui: nam propter pinguedinem alique factiones eius occultantur. Eadem in Equabus con- sideranda sunt que sunt jam dieta de Equo, unum ta- men in ipsis preeipue debes attendere, videlicet quod Eque habeant magnum corpus et habeant ventrem longum.
De signis ad. cognoscendum. virtutes et. defectus. equorum.
Nota primo quod pulchritudo et defectus Equorum, eb membrorum et facture ipsius, melius discernuntur, Equo existente maeilente quam pingui. Equus habens maxillas grossas, et collum eurtum, non de levi affrenari potest decenter. Equus habens frigiditatem capitis, et ca- put iuflatum , oculos tumidos, deferens caput in gressu graviter versus pedes deorsum, extremitates auricularum pendentes et frigidas, vix, aut nunquam, poterit liberari. Equus habens aurieulas pendentes et magnas, et oculos concavos, lentus, remissus et mollis existit. Equus ha- bens garetta ampla et extensa, et falees curvas , ita quod garebta respiciant interius, in gressu, de more, celer et agilis esse debet. Equus habens garecta curva, et falces extensas, et ancas curvas, debet naturaliter ambulare. Si Equus per caudam trahatur, quanto magis firmus stat, et caudam fortius ad se trahit et ossi adheret, tanto
XLVII
melior est ad prelandum, si attrahit, tanto iuvantior est. Item quanto corium, ubi eervix deficit inter au- res, fortius ossi adheret, tanto melior est ad preliandum. Equus habens iuneturas erurium iuxta pedes naturaliter grossas, et pastoralia curta ut bovina , debet naturaliter esse fortis. Equus habens costas grossas velut bovinas, et ventrem amplum et pendentem deorsum , laboriosus et sufferens judicatur. Equus habens universas ungulas al- bas, vix, aut nunquam, duros ef fortes pedes habebit. Equus si super omnes pedes suos, et precipue super an- teriores, diu et equaliter junctos , stet , ita ut unum pedem ante alterum non extendat, aut sursum teneat, aut unum pedem super terram levius et debilius altero teneat, mem- bra inferiora se habere sana demonstrat. Equus habens nares magnas et inflatas, et oculos grossos, nou con- cavos, audax naturaliter esse debet. Equus habens os magnun , scissum , sive laceratum , maxillas graciles et macras, et collum longum et graeile usque ad caput, sa- tis ad affrenandum habilis existit. Equus ad se tenens ironeum caude striebum, et fortiter iuxta cossas fissum : ut in pluribus, fortis et sufficiens esse debet, sed non celer. Equus habens erura, et iuucturas crurium satis pilosas, et pilos longos im eis, laboriosus existit, sed de facili non agilis reperitur. Equus habens clinem longam et amplam, et ancas longas et extensas, et qui sit po- sterius altior, quam anterius, ut in pluribus, velox in longo cursu reperitur. Equus claudieans a parte anteriori de pede, et non premens versus terram in gressu nisi ex- iremitatem , vel tantummodo punctam pedis seu ungulam, scias quod in ungula patitur. Equus claudicans anterius, si universaliter premit in terra soleam pedis. alibi quam in ungula patitur. Equus claudieans in oppressione pe- dis versus terram non plicans neque curvans pastoralia,
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vel iuneturas, cirea iuncturas lesio esse censetur. Equus claudieans anterius, et in revolutione sua sive a dextris sive a sinistris magis claudicat, presumitur dolor esse in spatulis. Equus claudicans posterius, et in sua revolutio- ne simpliciter magis claudieans, apparet quod in anca patitur. Equus pergens deorsum versus loca infima et fa- ciens in gressu passus anteriores minutos et crebros, a gravedine pectoris affligi videtur. Equus anterius claudi- cans, eb cum quiescit aliquantulum pedem claudican- tem ante alium tendit, nihil incumbens se pedi claudi- canti, in erure, vel in spatulis, patitur. Equus si po- sterius claudicans, non incumbens se in gressu, nisi in puncta pedis posterioris solummodo, nec aliquid curvans iuneturas, sed elevat et dirigit pedem claudicantem sine pli- catione aliqua in gressibus, in iunctura est passio. Equus habens dolores intra corpus, continue habens auriculas universaliter frigidas, et nares similiter frigidas , et oculos coneavos, semivivus esse videtur. Equus habens anticore , si flatus narium emittat frigidos , et oculi laerimentur as- sidue, quasi mortuus iudicatur. Equus habens cimorram, vel vermen volativum, in capite, et continue per nares humores proiieit velut aquam pinguem et frigidam, vix evadet. Equus habens infirmitatem aragiati, emittens in tantum per anum continue stercora liquida quod nihil in ventre patientis remanet quod emittat, in infusionem cadet infirmitas , et , ut in pluribus, non evadet , imo cito morie- tur. Equus habens vivulas, et subito universaliter redi- gitur in sudorem, et membra ipsius singula contremi- seunt, ipso continue storditiones patiente, non videtur possit evadere. Si nares Equi aliquantulum teneantur et modieum herbe, vel straminis, inter nares ponatur, si anhelitum fortiter a se proliciat, a stranguria et eimorra liberum caput habet. Equus patiens infirmitatem strangu-
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lionis, et cum diffieultate ae sonitu narium et gutturis inspira et respirat, nec non totum guttur habet infla- tum, vel grossum , vix evadet. Equus habens pares bal- zanaturas, et non impares, ut in pluribus, non de fa- cili grossus erit.
CAP. XXIV.
LE PRIME STAMPE DEL LIBRO DELLE MASCALCIE.
Venne in Italia, e parecchie volte dal 1502 al 1545, stampata un'opera di Medicina Veteri- naria avente per titolo Lébro della natura di caval- li ec. ec. ricavata per la pià gran parte dal testo di Mosé da Palermo o dal suo. volgarizzamen- to. Aleuni paragrafi e parte di capitoli vengono trascritti a pie di pagina , quando corrispondono al testo, sia per meglio chiarirlo , sia per far conoscere la lontana origine dei precetti che vi sono esposti: e anche in codesto luogo converran- no per certo gli esempi à provare che l' antichis- simo libro servi pure per alcune compilazioni stampate sino dai primordii del XVI secolo: Ora
porteremo alcuni capitoli del vulgare, i corrispon- » denti di Crescenzio e del libro stampato; pren- dendo a copiare dall'edizione di Milano (Sin- zenzeler) 1517 , confrontata con quella di Ve- nezia (Tacuino) 1519, e coll' altra pure di Ve- nezia (Bindoni) 1537, o di Sessa pure del 1517: diverse edizioni, ma copie materiali, sal- vo l'essere pii o meno alterate nella grafia. Nel trascrivere si conserva essa grafia antica a prova della veechiezza dei testi; questa peró non porta l'uso di voci alterate o guaste,
IV
L
frequenti in altre nobili scritture dei primi secoli della nostra lingua. Nel Codice nostro non vi ha traccia della grande libertà usata dai primi scrittori, e nemmeno di licenziosa sostituzione di lettere tanto famigliare ai no- stri padri; & vero peró che il copista del testo non fu scevro da gravi mende; usa lettere di forma strana, ne omette alcune, non lascia spa- zii fra l'una e l'altra parola, non distingue periodi; che anzi la scrittura à rappresentata da una serie continuata di lettere spesso ap- pena accennate: ma un tale difetto, a detta di Giulio Perticari, 6 prova, non che d'altro; di grande vetustà. Se molti sono 1 mancamenti della serittura vulgare, in essa à peró sempre sceltezza e purezza di voci; pel contrario ne' testi stampati, i grandi e numerosi errori tipografici hanno in diversi luoghi spogliata l' opera di sua singolare bellezza; e le aggiunte fattevi, sono di brutta lega e procurano ai periodi oscurità che manea affatto nell'antico esemplare.
CAD, XXV.
Nel libro a stampa non si dice che sia compilazione eseguita sopra quello di Ipocras o di altri, si cita peró in due luoghi lo serittore arabo, cioe al eap. XIX e XXVI. In entrambi sono ripetute due formole proposte dall'antico indiano; e ei limiteremo a riferire la piü impor- tante, la quale e consigliata per la cura della Zimora (cimurro) — , Ancora nota in questa eura questo rimedio posto per Ipocras; prendi un galo zovene et ocidilo et netalo bene da
LI
tuti interiori et chuosiló in aqua eon ceomino pesto, poiché serà ben coto, meti de quel bruo- do in gola al cavallo per modo che l'ingiota, et poi metili in bocha oglio de oliva et falo ingio- tire ,. Nel testo antico si legge: , Tolli uno , gallieello e aneidilo e apri il corpo suo e . mondalo bene e fallo euociere in uno vasello . €on eomino pesto, e tolli il bruodo suo e gi- , talo nella boca al cavallo, e poscia meti nela ,. boea sua olio d'ulive ,.
CAP. XXVI.
Nessuna parte del Codice volgare delle Ma- scaleie puó meglio essere trascritta di quella che insegna a conoscere l'età de' cavalli. Essa impor- non tanto perche puó ritenersi la piü antica, quanto per essere stata letteralmente copiata da Crescenzio e da altri. Il capitolo in cui si parla della mutazione dei denti dei cavalli, corri- spondente a quello dell'agronomo di Bologna, cosi dice nel testo a penna: , Ma aliquanti ,. cavalli sono i quali ritardano di mutare i . denti iffino a quatro anni, e questo aviene , quando il padre e la madre sono jouvani. E , Sono ancora alquanti poledri i quali mutano , iÀn uno anno, e in quello anno si chiamano . Cavalli, e questo aviene quando il padre e la . madre sono vechi
»*
» Capitolo di conoscere i tenpi de cavalli infinoche son poledri , e poscia quando sono cavalli
»*
» l segniali sono questi: che ciascheduno . poledro à dodici denti; sei di sopra e sel di
LII
sotto; per questi dodici denti si conoscie 1 tenpi de' eavalli. Ma i'cavalli ànno denti i quali si ehiamano scallioni e intra li scallioni e quelli di prima si conoscono i tenpi de' ca- valli. Ma io ti spianeroe la natura di questi denti, unde nascono, come si mutano, dal principio iffino ala fine. Percioche puot' esere alquanti de' chavalli ànno piü denti che li altri, iquali denti saranno dopii. E puó essere che quando il cavallo muterà alquanti de' denti, non nascono mai piü , e questo aviene dela natura deli eavalli, e non per infermità, ma noli noece se non in maniecare , percioche per li denti dinanzi si pascono i cavalli: e quan- do non nascono i denti bene, non poteranno be- ne pasciere, e saranno per questa cascione di minore prezo, ma il masticare suo ? per li denti maciellari. E primi denti, i quali mutano, sono due di sopra e due di soto; e questi si chiama- no denti secondini, cioe il primo morso. E poscia muteranno quatro denti, due di sopra e due di soto, i quali si chiamano mezani, cioe il secondo morso. A la fine mutano altri quatro denti, due di sopra e due di soto, 1 quali si chiamano quadrati, cio& aguallato, overo conpiuto. Mutando dodiei denti, i quali avemo deti dinanzi, e il poledro abiendo tre anni,si chiama chavallo. Dunque mutando il poledro i primi quatro denti, si chiama po- ledro del primo morso; mutando i secondi qua- tro denti, si chiama poledro del secomdo morso; e mutando li altri terzi quatro denti, si chia- ma, agualliato, overo conpiuto. Ma taleota infra l'anno il puledro muta i quatro denti de' tre,
LIH
i quali noi avemo deto, salva la caseione ch'e deta. Ma il poledro quando nascie con denti costumati, posela nascono li seallioni. Puote essere che questi scallioni in aliquanti cavalli naseono piü lunghi che non e rascione, e im- pediscono loro che non possano manecare l' a- nona, osia l'orzo; e per questa cascione non ingrasano. E per questa cascione i mariscalchi ronpono li sealloni a ció che posano masti- care e manicare l'anona e ingrassare ,.
CAP. XXVII.
Nel libro stampato, il modo col quale suc-
cede il mutamento de' denti, 6 espresso colle seguenti, quasi identiche, parole: , Certi cavalli
tardano la mutation di denti infino a quatro anni. Et questo advene quando il padre e la madre sono vechi. Cognosese la etade di po- ledri in questo modo. Ciaschuno poliedro à 12 denti, 6 de sopra e sei de sotto , et anno gli sehalgioni et intra gli scalgioni anno denti masilari i quali non mutano. Et alcuna volta un cavallo à plui denti che l' altro, et alhora serano dopli. Et alguna volta nel mutare non renascono tuti, é questo e de sua natura. Et questo non li nuoxe se non al manzar, pe- roche simel cavalli non se passe se non per li denti denanzi,, et peró sono de menor prie- sio. El bon mastegar di cavalli se fa per i denti maselariü. I primi denti che muda i cavalli sono quatro denanzi; doi de sopra e doi de soto e chiamase el primo morso. Et poi muta gli altri quatro, alato i primi, e dicese
LIV
, secondo morso. Poi muta li altri quatro , e di- , €ese lerzo morso , il quale, quando serano con- , pliti, el eavallo serà agugliato. La mutazione , del morso se fa infra uno anno e mezo , salva , la dita easone , quando el poledro nascie con , li maselarii et poi naschono i scalgioni; et , aleuna volta nascono li scalgioni plui longhi , che non deverave, et alhora impediscono al ,. cavallo el mangiare de la biava, et peró non , S'ingrassa , et per questa casone li medici , frangono al mullo li scalgioni ,.
In questo medesimo capitolo nono, dove non si trova che sostituita la parola medici a marescalchi, si seguita a parlare delle cavità dei denti (germi di fava) e del colorito loro, che presentano diverso secondo l'età, ed anche questo senza variare dal testo antico.
CAP. XXVIII.
Nella biblioteca di Parma si conserva il Codice vulgare, che fu già di Michele Colombo, che ha per titolo: Libro della natura medicinale degli animali e specialmente di cavalli como de' pii nolili: segue la rubrica , e corrisponde in tutte le sue parti quasi interamente al libro a stam- pa, ed e certo derivato dalla stessa sorgente, benché preceduto dal proemio fedele di Vegezio, eireostanza degna di speciale osservazione, e che rende necessario traseriverlo in questo luo- go: e espresso come segue: — , La cura medicinale de li animali non fo ultima ne pocha presso ali greci et a li latini auctori de medecina. Perche como li animali fonno da
»
»
»
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Dio ereati tutti per l' omo, et ala signoria de l'omo sottoposti, et ordinati a suo aiuto. et ornamento in tempo de pace et de bata- glie, cosi l'arte medecinale in cavalli , muli et altri animali fo la seconda de poi la cura medecinale humana. Ma, perché questa cotal arte de sanare et curare animali parve esser de minor valore et dignitate, perzó exercitata fo dal suo principio da meno splendidi et eloquenti doctori et da loro redutta neli soi libri. Et avegnache Pelagonio e Colomella, i quali de' eió traetaro, assai habondassero in ingegno et in facondia de dire, pur l'uno de loro, quasi como rustica cosa scrivesse, leve- mente pasandose, pocho tochó de la cura de la dotrina de gli animali. E l' altro non mo- strando ne serivendo 1 signi, ne de le infirmi- tate le casone, quasi como scrivesse a molte maestrate persone dispregió el fondamento di cotanta cosa. Anchor Chiron et Absirto, piü diligentemente ricercando questa arte, fenno la sua dotrina esser vile per inopia et per Wsheho debel" parlare Qoo xp NEUE Onde per queste cosi fatte ragioni invitati siamo a tor volentieri questa opera a com- pilare , et a debito ordine insieme ridure ció che da diversi autori et da mediei e in que- st'arte sentito, ché già questa dotrina da l' arte de medecina non se discorda, anze seco se conviene in piü cose, et secondo la pos-
(1) Si sono omesse quattordiei linee di serittura per-
ché riguardano solamente alle spese della cura.
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sibilità del mio picholo ingegno brevemente et apieno dechiarare et mostrare le cagioni et signi de tute le infirmitate. Che, se ali gran medici & somma laude de trovare e conoscere la proprietà de la passione in l' omo, el quale con suà propria mano et con la voce po' mo- strare et signare il loco, e '1 modo del suo male, quanto se de' credere esser necessario questa altra generation de medecina in far conoscer la infirmità in ' animale bruto, el quale & mu- to a dimostrare el proprio dolore, e il quale, esendo talora infermo, e non essendo conosciu- to dal suo pocho acorto Signore, serà spesse volte constretto a gran faticha durare. Onde che doppio danno incorre, e dela passione, e de soperchia faticha, e seguese che invechiando la passion, non curata e dispregiata, diventa incurabile, e tardi se pol mai ben curare. É per ció ben questo dimostra el Mantoan Poeta Virgilio dicendo: lo insigneró le cagioni et i signi de le infirmitate: che, per certo, ogne cura serà disordinata et inutile se la genera- cione de la pascione non se conosce ,.
CAP. XXIX.
Si e presentato il proemio del Codice ine-
dito di Veterinaria appartenuto allillustre let- terato, non solamente perché dev'essere preso in molta considerazione un testo conservato da si laborioso e castigato scrittore, e per senti- mento di venerazione dovuta all' uomo che tante care memorie lasció a Parma che l'ebbe ad
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amare qual figlio dilettissimo; ma per dimostra- re che il libro lodato non presenta di Vegezio che il solo proemio, convenendo nel rimanen- te col libro delle nature de' cavalli senza. avere peró l'aggiunta del trattatello sulle malattie de' Falconi, detto di gogo Mago we. Detto proemio conviene in buona parte altresi con quello di Dino Dini, figlio di Pietro , altro castigato scrittore e compilatore di un' ope- ra veterinaria degna di stampa. Il Conte Er- colani possiede un raro Codice di questo Dini, nel quale ho potuto leggere alcune pagine, e riconoscere ch'egli copió specialmente da Ve- gezio, che chiama «autore veracissimo, da lppo- crate e da Giordano, e che in conseguenza il piü antico scrittore di Veterinaria non fu ignoto all'illustre toscano ; e certo quindi che gli serit- tori di Medicina Veterinaria del medio evo pre- sero dall'opere degli arabi, mentre questi le ave- vano attinte dai greci e dai romani.
Il preambolo trascritto contiene ammae- stramenti utili anche ai nostri giorni, perche non e$ solamente una pagina storica della nostra scienza e della sua importanza, ma un avverti- mento a coloro che la considerano diversa dalla medicina dell'uomo, a cui e appena seconda in dignità : cosi giudicandola lo scrittore romano lanció un amaro rimprovero ai presenti, i quali ostentano di non comprendere ció che era tanto evidente per Vegezio.
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CAP. XXX.
Anche dal Codice di Colombo , trascrivendo
i capitoli ehe riguardano il mutamento dei den- ti, si renderà chiaro che il testo antico servi ad altri eompilatori; eccone le parole: , Certi
cavalli tardano la mutation di denti fino ai quatro anni: e ció gli adiviene perchel pa- dre e la madre fuor gioveni. E certi mutano i denti in uno anno; e questo adviene perché naeque da vechio padre et madre. Conoscese la età del poledro per XII denti chello ae; sei di sopra e sei di sotto. Anno li cavalli i scaglioni e, poi quigli, li denti masillari, i quali non mutano. Et aleuno cavallo à piü denti ch' à ' altro; et allora sono i denti dop- pi; et aleuna volta mutandose i denti, non rinasce tutti, e cio adiviene da sua natura: et imperó non li noce se no al mandieare, ch' per li denti dinanti pasce i cavalli a la campagna; serà donqua de minor presio, chel masticare di cavalli s'eé per li denti masillari. I primi denti ch' se mutano sono quattro de- nanzi, doi de sopra e doi de sotto; e chia- mase primo morso. E poscia se muta gli altri quatro ch'son li presso, et e ditto sicondo morso; e pol muta gl altri quatro, et é dicto terzo morso. E quando sono cosi compiuti, e ditto il cavallo esser aduguagliato. E la mu- tation del morso se fa infra uno anno e mez- zo, salva la eagion sopradicta. ,
, Quando el poledro nasce, nasce con li denti masillari, poscia li nasce gli scaglioni
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, e talvolta naseono i seaglioni piü lunghi che , non denno, et allora impazano (impaeciano ) , el eavallo in lo roder l' anona, et imperció , no s'ingrassa. E per questa cagione li ma- , riscalehi li rompe li scaglioni.
CAP. XXXI.
Nel Crescenzio, ridotto a migliore lezione dal benemerito e dotto P. Sorio al Cap. I. li- bro IX si discorre dell' età de cavalli e delle. ca- valle. S' incomineia coll' esporre le massime di Varrone e di Palladio in vantaggio di coloro che vogliono aver greggia di wes e di cavalle, e si spiega l'età secondo i due ricordati autori, po- scia Cresceenzio aggiugne: , Ma un certo sa- ,. vio uomo esperto ne' nostri tempi mi disse, , che 1 eavallo ha dodici denti, cioe sei di so- ,. pra e sei di sotto, e son tutti dinanzi, con , li quali si conoscono l]'etadi ovvero i tempi , de' eavalli. Appresso hanno gli seaglioni, e , àppresso a questo hanno i mascellari, e puà , esser che certi cavalli n' hanno piü, e allora , 1 denti son doppi. E puó esser che il ca- , vallo .gitti di questi aleuni, e da indi in- ,. Dàanzi non rinascono: ció non nuoee àl ca- , vallo ad altro ch' al pascere. Imperocche , essi denti dinanzi son quegli che pascono , ed , impero sarà di minor prezzo. E 'l masticar , de' eavalli si fa per li denti mascellari. Ancora , l1 primieri denti, i quali mutano, sono due , di sopra e.due di sotto , 1 quali s' appellano , Hl primo morso, e allora s' appella puledro di , primo morso, la qual cosa dice il predetto ,
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, che si fà l' anno secondo, e poi muta gh , altri quattro denti prossimani, cioe due di ,. Sopra e due di sotto, 1 quali si chiamano ,. mezzani, cioe il secondo morso.... Appresso muta ,. gli altri quattro, cioó due di sopra e due di ,. Sotto, 1 quali si chiamano quadrati, cioe il , lerzo morso, e allor s' appella cavallo. E quan- , do nasce il puledro, nasce co' denti dinanzi, , € poi nascono gli scaglioni; e quando questi . Scaglioni nascono troppo lunghi, intanto che . danno troppo impedimento al cavallo al ro- , dere l' annona e ad ingrassare, li segano li
, malisealehi ecc. , Esattamente come nel te- sto di Mose. |
CAP. XXXII.
La dottrina portata da tutti i citati autori non potrebbe offrire pià. grande uniformità , poi- ché insieme ai precetti sono identiche le parole usate ad esprimerli Pel loro confronto peró siamo abilitati a correggere un errore del testo di Verona là dove dice: e quando nasce il puledro, nasce co' denti dinanzi ecc.: il] nostro testo scrive: co' denti costwmati, e questi sono i mascellari , lezione confermata dal testo latino, il quale porta cum. branichis, o denti che sono presso le fau- ci, dal libro stampato che ha com li mascelarii; e dal Colombiano che legge: , quando el poledro nasce, nasce con li denti masillari ,; e questo si e per certo il modo adoperato dalla natura espo- sto con precisione nei testi piü antichi.
Torna ora piü opportuno ripetere che l'au- torità, alla quale Crescenzio dichiara essersi at-
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tenuto per giudicare i tempi dei cavalli, non puot'essere che Mose di Palermo; & quindi ora un dovere il rinunciare all' opinione di coloro che supponevano essere o Ruffo, o il vescovo di Cervia.
Per molti degli Scrittori od autori di opere Veterinarie oggetto delle nostre considerazioni , avvalorate in diversi luoghi dall' autorità di Heusinger, possiamo riportarci altresi agli sto- rici nostri, profondi scrutatori del vero, e pri- ma che ad aleun altro all'illustre Iacopo Mo- relh altrove rieordato. Nella sua lettera al Conte Filippo Re del 28 settembre 1811, dopo aver fatto riflettere che Ruffo non parló del- l' età de' cavalli, dichiara che l' opera sua era famosa e riputatissima, siccome composta colla scorta degl' insegnamenti dell' Imperatore Federico II, di cui Ruffo era stato maniscaleo. In prova di tanto si rieordi che Federico secondo di Sicilia fu amantissimo non solamente de' fal- coni, sulle malattie de' quali scrisse un libro, ma de'cavalli ancora, e che, durante la domi- nazione Sveva ed Angioina, un grande nume- ro di Veterinarj fiori alle corti di Napoli e di Sicilia.
CAP. XXXIII.
Abbiamo un'altra e possente ragione per ritornare colla scrittura all' opera di Veterina- ria lasciataci da frate Teodorico. Questo Vesco- vo, dicono gli storici, compose nel XIII secolo un'opera sulla medicina de' cavalli, ma per questa prese l'intero prologo da Vegezio, senza nominarlo: da noi venne trascritto principal-
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mente per tale riguardo, poiche un testo di Veterinaria che incomincia col letterale proemio del Mulomedico Romano e seguita coi precetti del libro delle nature de' cavalli, compilato alla sua volta sopra quello di Mose, quale si e ap- punto l'allegato Codice di Michele Colombo, non puó essere che l' opera di Frate Teodorico Vescovo di Cervia, e tale dichiariamo essere l' e- semplare che si conserva nella nostra Bibliote- ca. E vero peró, d'altra parte, che il Vescovo di Cervia porta lunghi pezzi di Ruffo e di altri, che cita Sant' Isidoro e Iacopo Doria (di questo pure, accerta Morelli, vi sono ammaestramenti di Masealcia), ma simigliante osservazione puó es- sere ripetuta altresi per riguardo a Crescenzio ed a Ruffo, già riconosciuti identiei in molti luoghi tra loro, e maggiormente coll'opera an- tica di Mose di Palermo: oltre ció tutti sanno che nel medio evo persino i copisti facevano giunte, quando utili quando dannose, ai testi che passavano sotto iloro occhi; eil testo delle Mascaleie dové averne piü degli altri, giacche in un' arte quale si e quella di medieare ca- valli, dovevano mano mano apparire piü ne- cessarie, trattandosi in essa del piü bello fra 1 quadrupedi , del pià prediletto agli uomini di guerra, del piü ricercato per servire alle pom- pe de' signori e dei re.
CAP. XXXIV.
Condotta a questo punto la Storia del libro di Mose da Palermo , e di coloro che rieavaro- no dal medesimo opere pià o meno interessanti,
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ponno stimarsi inutili altre citazioni ; vogliamo tuttavia non omettere la seguente, perché fra tutte singolare, come quella che dà le regole pel eavallo che morde, o mordente. ll nostro testo vulgare scrive: , Al cavallo mordente, , lima i denti di soto e i denti di sopra con , lima ifinoché saranno sotili, e poscia li fà ,. forare con suchiello sotile molto, e per que- ,. Sta cascione quando il cavallo vorà mor- , dere, alora paserà vento per li fori de' , denti e non poterà mordere. E quando tu lo ,. Vorrai legare alla manucatoria, conviene che , lo scudiere sia sopra lui, e per questo ceserà ;; al vátio 5. Nel libro delle nature delli cavalli (Cap. 99) e scritto come segue: , El cavallo mordente , porai chusi curare: lima i denti del ca- , vallo mordente de'sopra e de sotto e sub- , lliali bene, e puo' forallo con uno triviello , Sotili, et volando el cavallo mordere, el vento , li trapaserà per li forami et non lo lascerà , mordere. Et quando lo vole ligare, stia el ,. ragazzo a chavalo fina che sia ben ligato, et , €usi li torai quel vitio del mordere. Anchora , Si li caverai i scalgioni et le piane da ogni , lato et taglierai la lengua da ambi doi i canti, li removerai quel S del mordere. , Cap. 99. Nel testo inedito che abbiamo giudi- cato di Fra Teodorico de' Borgognoni da Lucca, Vescovo di Cervia, leggesi (Cap. CV.): , Del , cavallo che morsa ,. Il cavallo che morde cosi el poi curare. Lima i denti di sopra e di sotto, e bene gli , Sotiglia, e poi li fora con uno trivilino ben
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,. sotile, che cos vogliendo el cavallo mordere, , el vento gli passarà per gli forame di denti, ,e non lo lassiarà mordere. E quando tu el ,. vorai ligare, stiale suso el scudiero tanto , €he sia ben ligato, e cosi el curarai del vi- , Cio de là morsura. In altro modo cavagli le ,. Scane, e se non le à, cavaglie le plane, e , con le forfice gli taglia de la lingua da ca- , Seuno lato, e curarasse ,. |
CAP. XXXV.
GLI SCRITTORI DI MEDICINA VETERINARIA NEL MEDIO EVO PARLARONO DEGLI STATI MORBOSI INDICATI NEI LIBRI DI MOSE DA PALERMO.
La lettura dei due trattati diffusi in Italia per opera di Mosé di Palermo, convince che sono opera di un medesimo autore, e di un unico traduttore; considerano lo stesso numero di malattie, e l' uno puó dirsi complemento del- l' altro: con. questo peró l'antico non fece di una scienza quello sminuzzamento che va pren- dendo vigore oggidi. Presentemente chi vuole ap- prendere la medicina ha lI' obbligo di studiare di- verse altre scienze accessorie, per le quali il pià delle volte la mente che vi si applica e co- stretta deviare dall'oggetto principale, o smar- rire nel caos delle forze catalitiche, metaboli- che, vitali; o nelle astruse disquisizioni intorno al maerocosmo od al mieroeosmo, ossia sul mondo compendiato nell' uomo.
La medicina riceve costantemente ajuto grande dalle scienze naturali, e da queste se
LXV incomineia lo studio per salire gradatamente alla fisiologia sperimentale e alla patologia e metterei alla portata di raccogliere il maggior numero di fatti possibili, la cui interpretazio- ne, compiuta con metodo filosofico , costituisce il patrimonio della scienza.
I nostri Veterinarj del evo medio adotta- rono una regola differente , né molto si cura- rono del progresso, poiche, trovato un libro buono a quello si riportavano ed in molte ma- niere lo diffondevano a vantaggio comune cam- biandone semplicemente il titolo. Gli esempi po- sti innanzi agli occhi han reso evidente che pre- cipuamente dal libro Indiano trassero le regole per medieare i cavalli; lo stesso Giordano Ruffo deve avere consultata l'opera antica, che pre- sto divenne la piü popolare. Gli storici della nostra letteratura ricordano un cospiecuo nume- ro di codici di Ruffo; Michele Vannueci nella prefazione al libro di Cato, cita un manoscritto toscano .di Mascalcia, che si conserva nella Bi- blioteca de' conti Melzi, composto da Ruffo nella meta del XIII secolo, se non vogliasi qualche anno prima, per far sapere di aver visto nel medesimo usato ad ogni facciata l'est. Abbiamo già provato che Ruffo compose il suo libro anteriormente alla metà del decimo terzo secolo; lo assicurarono Tiraboschi e Morelli prima di Heusinger: il volgarizzamento che si conserva nella pubbliea libreria di Siena dall' Abate. De Angelis si giudicó del 1240. Venturi fe' cenno di un codice latino di Ruffo che si serbava nella Biblioteca di Torino, che poi il padre maestro Gabriele Bruno tradusse in italiano e stampo
V
LXVI
in Venezia. Si tenne che huffo fosse il primo à parlare della ferratura eseguita con chiodi, che pero doveva esser nota piü anticamente, poiche si legge nella vita di S. Francesco che intorno al 1215 compie il miracolo pel quale l' asinel- lo del santo si disferrb in presenza del mare- sealeo che gli aveva applicati 1 ferri e preten- deva il prezzo dell' opera. |
Il codice rammentato da Venturi fu in- dicato anche da Heusinger, il quale ci fa cono- scere che passó nella Biblioteca Reale di Francia.
L' identità ben accertata fra illibro di Lo- renzo Rusio e quello di Maestro Bonifatio, ci eostrinse ad accusare di plagio .quest' ultimo ; ne la eosa muta coll' assicurarci che furono quasi contemporanei o tali veramente, potendosi pur anche sostenere che i codici di Rusio che si co- noscono sono piü antichi di quelli di Bonifatio. Ippolito Venturi testifica, che nella Biblioteca di Siena esiste un codice di Maestro Mauro e di Lorenzo Romano dettato ed ordinato nel 1345, il quale pare desunto da quello di Ruffo, e ri- corda altri codici della Laurenziana probabil- mente ricavati dal primo , circostanze tutte dalle quali resta pienamente confermato avere Lorenzo Rusio compilato il suo libro anche prima dell' e- poca indicata da Heusinger.
CAP. XXXVI.
Le allegate autorità, i rilievi fatti sulle cose insegnate dai due autori danno diritto a ritenere essere stato scritto il libro di Lorenzo Rusio sul cadere del decimoterzo secolo, e quello
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di Bonifacio dopo il 1301. Alcuni peró potreb- bero negare la cosa appoggiandosi all' autorità di Wolfango Giusto,il quale sostiene essere Ru- sio vissuto piü tardi e che fu un medico molto dotto; ma anche questa avrà pur sempre mi- nor valore di quella rieavata dall' epoca in cui dovette far la dedica del suo lavoro al Cardi- nale Napoleone Orsini.
Confrontando altri codici fra i piü antichi si ponno ricavare nuovi argomenti di prova: si conosce che tali libri si serivevano nel medio evo per uso delle corti, de' Principi e de' grandi Signori possessori di mandre o di razze: va rieordato sul proposito un bel codice membra- naceo di Rusio , che si conserva nella Bibliotec: di Parma, converso in vulgare da frate Anto- nio da Barletta: si distingue, come quello del Ve- scovo di Cervia, pel proemio di Vegezio; infine presenta la seguente storica dichiarazione.
, Explicit liber manesealceie equorum com- . positus a Laurentio ditto Ruzzo de Urbe, ma- , nescalcho et familiare quondam Rmi pris et dni . dni Neapolionis tituli Sancti Adriani Dia- . €oni Cardinalis , translatus in laycam linguam , per fratrem Antonium de Barulo seu Barletta . quorum anime requiescant in pace amen. Anno ,. dni 1422 scriptus pro Ill. e& Ex. dno dno Nico- , lao tertio Marchione estense ae Ferrarie in tem- . poralibus vieario pro Seta Romana Eclesia ge- . nerali. Exemplatus a Karolo de Sancto Georgio , Illustrissimi principis et ex.mi dni dni Dorsij . primi ducis Mutine et Regij Marchionis Esten- , 8is, Ferrarie dni ac Rodigij comitis ete. famu- ,. lo, ad usum Magnifiei et generosi equitis dni
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Theophili Caleagnini ipsius Caroli observan- dissimi compatris et protectoris anno a do- miniea nativitate 1470, die quintodecimo men- sis ianuarij Ad laudem summi dei.
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CAP. XXXVII.
Si conservano nelle Biblioteche piü cospicue di Europa altri codici antichi di Ruffo e di Rusio, citati in buon numero da Heusinger e nel Catalo- go Huzard; e tutti potrebbero venir ricordati in ordine eronologieo, se bastevoli allo scopo nostro non fossero i già nominati, i quali acquistano maggior importanza dal fatto che pressoche tutte le compilazioni posteriori furono ricavate da quei due autorevoli e dotti ippiatri. Faremo tuttavia nota di qualeuno de' pii importanti, e richiame- remo alla luce un altro codice antico di Veterina- ria da noi posseduto perché variante nei precetti e nelle descrizioni dai piü vetusti.
Heusinger, dopo aver descritti cinque codi- ei del libro di Frate Teodorieo da Lucca, i due già rammentati di Bonifacio, di cui si conserva un codice nella Biblioteca di Modena, ma del secolo XVII, parla del libro di Uberto da Cor- tenova intitolato De egritudinibus equorum, e cita un codice di Veterinaria , già della Naniana, di Iacobo Doria Genovese: Practica equorum; senza pero dire che furono anteriormente in- dicati da Molin ; nomina per ultimo un Darto- lommeo Spadafora, il quale in Messina (1568) pubblieó un trattato sulla Medicina Veterinaria in lingua siciliana, il quale cosi principia: , Ae- eumenza lu libru de la maniscalehia di li ca-
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, vali di lu magnifien misser Iuhanni de Cru- , ylis, , che Molin reputa una traduzione di Giordano: & a ricordarsi pure che nel 1600 ven- ne stampato un libro del Crolli col titolo: Segni delle razze di cavalli nel. Regno di Napoli.
Abbiamo sott/ occhio un codice di Veteri- naria del secolo XVI, che ha per titolo: Rmed] per ogni. infermità di Cavalli. Quest esemplare ora nostro appartenne a Giacomo Zanoni di Reggio, che fu Professore in Bologna nel 1671. Manca delle due prime carte; ma per fortuna ci tro- viamo possessori di un altro libro manoscritto , che ha per titolo: Kaccolta dà efficaci segreti per curare com buon successo le infermità de Cavalli: umiliata a S. A. la Duchessa Maria Amalia da un Conte N. N., che si crede un Canossa, in data del 1 gennaio 1713.
Il povero Conte nella dediea alla Princi- pessa fa credere essere il libro lavoro di un altro Conte suo zio e proprio; ma confrontan- dolo col testo del Prof. Zanoni si riconosce es- sere poco piü di una copia materiale di quello; ed entrambi, molto probabilmente, di un altro Codice piü antico che si conserva nella Diblio- teca di Modena, il quale porta il titolo di Ri- medj per le malattie dei Cavalli, codice del secolo XIV. Il Conte parmense rimodernó in alcuni luoghi la lingua antica del nostro codice, spo- gliandola della sua originale bellezza.
CAP. XXX VIII.
Il Codiee di cui parliamo ? degno di molta considerazione perche affatto diverso da Ruffo,
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da Bonifacio, da Rusio, da Frate Teodorico ecc. Contiene considerazioni speciali intorno a va- rj morbi; tratta della febbre facendone delle specie particolari pel cavallo baio, pel leardo e pel morello eec. e cosi:
, l.* Febre al eavallo baio: 2." Febre al , cavallo leardo: 3.? Febre al caval morello: , 49 Per eurare la febre maligna: 5." Della fe- , bre che & dentro al polmone: 6.? Della febre » /B66B .,.
Considera diverse forme di gotta ; parla del Tiro, della Seiatiea, del Capogatto, del Capo stolito, delle Cataratte, della bestia attinta, del nervo indurato. Tratta delle gerde o gerdoni, delle galle, soprossi ecc. Di tre generazioni di Gioucols (Mimnino rosso e nero). Dei Pedicelli, del granchio o granco (Kigriz) della bestia in- castellata ecc.
Vegezio aveva a' suoi tempi fatto notare un' aceidentale differenza della febbre secondo le diverse stagioni in cui puó essere osservata, e tratto della febbre che viene nella state, di quella che si presenta nel verno e nell' autun- no; ma forse non venne ad aleun altro in pen- siero di dividere le febbri secondo la varietà dei mantelli dei cavalli.
Molto esteso e il numero de' morbi de' quali tratta il nostro anonimo, il quale peró in qual- che luogo conviene piü con Agostino Columbre che con altri; come dove parla del granchio, della seiatica, della passione diabeticha che vie- ne ai Cavalli ece. Columbre, ben a proposito ac- cennó il Conte Ercolani, deserisse prima di tutti il Diabete.
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CAP. XXXIX.
Come prova fondamentale della identità delle opere di medicina Veterinaria del medio evo col trattati antichi di Ipocras, possiamo per ultimo presentare l'elenco degli argomenti in ess] considerati; rammentiamo peró che l' ope- ra dell' antico si divide in pochi capitoli , come appunto costumavasi ne' tempi piü lontani, ché le lunghe rubriche sono di tempi a noi piü vicini. E mestieri quindi formarne una artificiale co- piando dal testo i nomi delle malattie diverse che vi sono considerate, e con questo sistema si potrà riconoscere ancora che l' Ippocrate Greco trattó di malattie diverse da quelle che furono considerate dall' Arabo ; che Ruffo aecrebbe di poco l'elenco de' morbi allora conosciuti, che husio parló di un numero ben maggiore , opera copiata dopo da Maestro Bonifacio, che limi- tossi forse a tradurla in latino.
CAP. XXXX.
TESTO DI IPOCRAS: ELENCO DELLE MALATTIE CONSIDERATE.
l. Alopecia ( pelamento, caduta dei peli e crini ).
2. Angioleucite Morvosa e farcinosa (Cimorro e mal del verme ).
. Apostema (apostemature diverse ).
. Anoressia ( perdita dell' apetito, non voler man- giare ).
—- O2
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Qe Ct
. Asfissia ( perdita .del fiato ). . Amaurosi ( Orbità, Indebolimento della vista.
lacrimazione , otalmie ).
. Angine (Conansia, Stranguglione). . Corizza (Rinite) raffreddamenti diversi. . Oistite (il male della vescica. ( Dissuria, Stran-
guria ).
. Canero del piede ( Formica mel piede). . Di ogni infermità corporale, della virtü delle
cantarelle e fieno greco.
. Ernia ( Ernia, Colon ). . Esostosi e Periostosi (Sopraossi, Zarda, giarda,
Spinelle ).
. Ematuria ( Piscia sangue). . Epifora (Lacrimazione ). . Flemone. ( Edemi, tumori diversi, inflazioni di-
verse ).
. Fistola ( fistola ).
. Febbre (febre acuta).
. Ferite diverse ( ferite ).
. Flegmassia ( Raboa, infiamento ).
. Granchio, Crampo ( Clanco).
. Leucoma -- Glaucoma -- Srite Glaucomutosa
( panno).
. Lussazioni diverse ( Distrazioni de' nerbi o ten-
dini e ligamenti ).
39. Orchiti e Didimiti - Inflamento di testicoli e
della minchia.
. Ottalgia, Ottalgite (rodimento di orecchie).
. Psoriasi (Crepaecie, rappe, garpe).
. Ptialismo (salivazione, bava alla bocca).
. Prolasso (caduta del retto - l' orifieulo del-
l' ano fuori ).
LXXIL
. Podefillite, Podoflegmatite ( Infuso - Hinfuso -
Infundito - Podagra - lüprensione ).
. Palatite o Stomatite ( Infiammazione di palato). . Paresi delle labra (labra distorte, torte).
. Btitichezza , Costipazione di ventre, Impedi-
mento di purgagione.
. Binoviti (Infermità di nervi - Galle).
. Bobattitura ( sobattitura dei piedi - inchiodatura). . Strume ( Porcelette ).
. Seabia ( Rogna ).
. Setola nel piede (Seta ).
. Tosse da mah diversi ( Tosse antica e recente ). . Timpanite (Gonfiezza ).
. Verruche (Condilomi - porri - elavoni).
. Zoppieatura (Claudieazioni da cagioni varie).
SECONDO TRATTATO
. Ápostema, Adenite equina (Stranguglione -
Conansia ).
. Anoressia, Disfagia (non mangia, non bee ). . Amaurosi ( Cecità - perdita della vista - guercio ). . Continenze (buone qualità e vizj dei cavalli). . Cavallo mordente.
. Cavallo restio.
. Corizza, Rinite ( Male dell' infreddatura).
. Condilomi ( Verruche - Porri ).
. Etologia ( Età del cavallo ).
. Ernia.
. Enfisema pulmonaxre ( Bolso):
. Esostosi diverse ( Canicole - Spinelle - Zarda -
Sopraosso ).
Febbre (Febre del cavallo ).
. Fistola (Fistola - Carne morta - eontusioni di
sella ).
. Ferite (Ferite di lingua e del palato ). . Farceino ( Farcino - vermo ). . Flemmoni diversi ( Enfiazioni diverse - Umore
vecchio ).
. Leucoma (Panno degli occhi).
. Morfea.
. Moecio (Cimurro ).
. Pneumonie ( male del polmone - male di tos-
sire - Tosse ).
. Paresi ( paralisi - caduta della minchia ). . Pitiriasi ( Morbo pediculare ). . Podofegmatite (Infuso - Dolori ne' piedi dei
cavalli).
. Psoriasi ( Crepaecie - rap? - maschio - fem-
mine - bovine).
. Regime pel cavalh. . Binovite della punta dei garretti ( Cuppilete -
Aguto - clavoni).
. Betola (Seta nei piedi - Infermità formicaria). . Bobattitura nei piedi.
. Berofole ( Porcelette ).
. Beabia (Rogna - Lebra).
. Zoppicature diverse (per debolezza - esostosi -
noechi nei piedi ecc. ).
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CAP. XLI.
Nell' Ippocerate Greco, edito da Valentini, si parla delle seguenti malattie e si danno le for- mole che seguitano:
Composizione d'un pastello per qualsivoglia malide e debolezza.
. Del Polmone.
. Del salasso e dell' alimento.
. Del coneepimento della cavalla.
. Delle Strume. Composto per le strume.
. Empiastro per le articolazioni ammaceate , per
le strume e per i foruncoh.
. Della Tosse.
. Del dislogamento dell' omero.
. Medieamento pel dolore degli omeri.
. Del dolore del fegato. Bevanda pel mal di
fegato.
. Del Tetano e dell' Opistotono. Della cognizione
e della cura del Tetano. Della cognizione e della cura dell' Opistotono.
. Della Diarrea. Cognizione e cura della Diarrea. . Infusione pel flusso.
. Cognizione e cura del dolor di ventre.
. Per l' infiammazione de' testicoli.
. Per la flussione.
. Per ]' infiammazione recente.
. Per le infiammazioni e le idatidi.
. Pel dolore de'ligamenti e per le idatidi.
. Altro rimedio per eurare ]' infiammazione senza
ferro.
LXXVI 21. Per le giunture rilassate e piene di acqua. 22. Cura del ginoechio infiammato. 23. Per la grossezza de' ligament. 24. Della corruzione de' peli. 25. Della frattura. 26. Del. Carcinoma. 27. Per i careinomi degli occhi. 28. Delle Meliceridi. 29. Per le varici. 30. Per 1 vermi. 31. Pel morso del topo ragno. 32. Della frattura. 33. Della rabbia. 34. Del dislogamento. 35. Cognizione e cura del dislogamento. 36. Della fistola. 37. Cara per i piedi de' giumenti. 38. Della lingua tagliata. 39. Rimedio agglutinante. 40. Come si debba curare la morsicatura dello scorpione o altro rettile.
CAP. XLI.
Quantunque i due libri di Veterinaria cor- rano entrambi sotto il nome di Ippocrate, pure l| uno ?$ molto diverso dall' altro; il piàü mo- derno non eonobbe per certo l' opera del primo, poiché dov' essi parlano della medesima ma- lattia, i precetti che espongono e le osserva- zioni che vi lasciano sono differenti in tutte le loro parti. Non possiamo dire altrettanto se fra loro si confrontano i libri di Mos? da Palermo
LXXVII
e l'opera di Giordano Ruffo; di quel Giordano che avrebbe insegnati i precetti di Veterinaria appresi da Federico di Sicilia in quest arte dot- tissimo: noi riportiamo la rubrica del Ruffo di Molin, perché di lezione meno alterata , e piü conforme al vulgare antico di quest' autore, che e? quello di frate Bruno, stampato la prima volta nel 1492. Si conta lo stesso numero di
capitoli Pap. — 1. 2.
3.
Cap.
nel due testi: e cosl:
Del conoscimento e natività del cavallo.
Della capzione e domazione del cavallo.
Della custodia ed ammaestramento del cavallo. a. per ferrare il cavallo. b. dottrina del cavallo. c. forma dei freni.
. Del eonoscimento della bellezza del corpo del
eavallo.
. Delle infermità che avvengono naturalmente
al cavallo.
. Delle infermità e lesioni accidentali del cavallo.
Del verme.
. Del verme volante. . Dell anticuore.
. Dello stranguglione. . Delle vivole.
Del dolore da soperchio sangue.
. Del dolore da ventosità.
. Del dolere per troppo mangiare.
. Del dolore per arresto dell'urinazione. . Della gonfiezza dei testicoli.
. Del cavallo infuso od infondito.
Cap.
LXXVIII
12. 13. 00. 14. 15. 16. Y 18. 19; 20. 2]. 22. 293. 24. 25. 26. 27. 28. 29. 30. 31. 32. 33. 34. 395. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43.
Del pulsino o pulsivo.
Dell infustito.
Per ingrassare il cavallo. Dello sealmato.
Dell! infermità dell' arrabbiato. Della cimorra.
Del raffreddamento nel capo. Della malattia degli occhi. Del male della bocca.
Della ferita della lingua.
Di tutte le lesioni del dorso. Della ferita del cuojo.
Del Pulmone.
Delle spallaccie.
Delle barbole o carboncoh. Della seabia o prurito.
Del mal feruto nei lombi. Della lesione dell'anea o scalmato. Dello spallato o sia lesione della spalla. Della lesione delle falei.
Della gravezza del petto. Della lesione delle gambe e delle ugne. Della jarda nei garretüi. Degli: spavani.
Della corba o ecurba.
Della spinella.
Dei soprossi.
Dell' arrivarsi ossia attinto. Delle galle.
Delle grappe o rappe.
Delle erepaccie.
Della distrazione o distorsione. Dell' infiamento delle gambe.
LXXIX
. Della ferita prodotta da spino o legno.
. Della forma (formella ).
. Delle crepaecie longitudinali e traversine.
. Del canero.
. Della fistola.
. Del morbo pinsanese.
. Di tutte le lesioni delle ugne e primamente
della seta.
. Delle sopraposte sulla corona del piede. . Delle inchiodature che feriscono il vivo del-
l' ugna.
. Delle inchiodature le quali non arrivano al
tuello.
. Dell' inchiodatura che offende la corona.
. Del fieo sotto la suola del piede.
. Della spuntatura delle ugne.
. Della dissolatura delle ugne e cure.
. Del eambiamento delle ugne.
. Delle infermità natural.
. Ineurabili.
. Delle gambe torte.
. Delle ugne obblique e loro cura.
. Della infermità del muro, ossia gelso e cura
( condilomi ).
. Delle altre glandule e loro cura.
. Regole pel eonoscimento di tutti i cavalli. . Del eonoscimento delle zoppicature.
. Del riconoscimento delle malattie.
CAP. XLIII.
Il numero delle malattie accennate nei li-
bri di Mose da Palermo, come vediamo, corri-
LXXX
sponde coll' eleneo di quelle che furono de- scritte da Giordano: in piü dell' antico si no- tano solamente le lesioni procedenti da cattiva ferratura, venuta in uso poco prima di Ruffo; a questo non possiamo nemmeno aggiugnere I' iz- fustito o fusticho, che i migliori testi mostrano corrispondere all' enfiato od. infiamento ; n& il mal del moro o muro, usandosi con questo nome d'indicare i porri, o verruche, descritti nel li- bro arabo.
Intorno alla ferratura, ed ai pregi della Ve- terinaria, non possiamo prescindere dal ricor- dare nuovamente il benemerito Ippolito Venturi, il quale in una Memoria letta all' Accademia dei Georgofihi nel di 8 aprile 1795 provó con molta eloquenza !]' antichità della scienza Vete- rinarila , ricordó le scoperte compiute sugli ani- mali da' suoi cultori in vantaggio della medicina umana. In una seconda Dissertazione relativa alla ferratura , parló con cognizioni positive di parecchi scrittori ippoiatrici del medio evo, e fece meritati elogi di Giordano Ruffo di Cala- bria; in questa scrittura conferma che Lorenzo Rhusio pote riecavare molte cose dall'opera di Ruffo medesimo: ma non fa parola di Bonifacio, il quale non fece che trascrivere il libro del- l'ippiatro romano.
CAP. XLIV.
Un'aeeusa cotanto grave rimarrà interamen- te provata dal confronto fra le due opere facile a complersi; a tale scopo diamo la preferenza al testo siciliano di Rusio, di eui traseriviamo 1
capitoli ,
LXXXI
)yerehe lo giudichiamo piü antico del I! g
latino proveniente dalla Biblioteca Costabili e forse del XIV secolo: l'eleneo dei eapi del co- diee latino verrà meglio collocato dopo quello di Bonifacio.
Anche nel siciliano il libro incomineia dalla dediea che fece Rusio al Cardinale del titolo di Santo Adriano. Lwrenzu dectu Iugiw mare- scalcu de Roma ecc.
Cap. 1. . De la generaz. de lu cavallu.
. Da considerare in de lu patre e della mamma. . De la bellezza del cavalh.
. Deli euluri deli cavalli.
. Delo meritu e de la bontate deli cavalli.
. Deli signa a conoscer li virtute voj li difetti
De la natura de lu cavallu.
deli cavalli.
. In quale etate li cavalli sian atti a generare. . In quale etate le iomente sia acte a generare. . In quale manera sia da fare in versu d' illi quan-
no se deve mandare a generare.
. Quante iumente unu cavallu po cuprire. . In quale tenpu li cavalli se manna a. generare. . Che sia da fare se la iomenta sostenere lu ca-
valu non vuole.
. In quale modu se deve tratare e tenere le iu-
mente poi c'anno eonceputo.
. Quale tenpu sia plu aptu a la nativitate deli
pullitri.
. Quale locu à bonu a nascere hi pullitri.
. De la nutrecatione dilli pullitri piculi.
. De la nutrecatione deli pullitri poiché sono E
grandi.
VI
LXXXII
Cap. 19
20.
In che modu se deve allazare li cavalli. In che modu se deve dumare li cavalli.
2]. In che modo e cautela li cavalli se dome.
22. De la guardia deli eavalli poi ch'esso dumati.
23. Che civo usanu li cavalli iuveni e li vecchi.
24. In che modu se purga li cavalli.
25. Da probennare lu cavallu (dare la profenda ).
26. De lu vivere de lu cavallu.
27. De lu bivere de lu cavallu.
28. De lu ferrare de lu cavallu.
29. Da aeconzare lu cavallu quando se deve ca- valcare.
90. In quale tempu lu cavallu deja fatigare e non fatigare.
31. Comu se derà guardare lo cavallu poi c'à fa- tigato.
92. Quale modu se deve coprire lu cavallu voi d'e- state voi de verno,
99. Quantu tenpu dura lu eavallu in sua bontate se bene se custode.
94. De magestrare lu cavallu.
DOIM A CUA nol xs NM MP CER (1).
39. Comu (se) cognosca la etate in dili denti.
40. Comu se traga li denti a lu cavallu cioene li scaglione.
41. De la supra abundantia de lu sangue.
42. Quante fiate in amnu se derà sagniare lu ca- vallu.
43. De lu flussu de lu sangue de la plaga del- l' animale.
44. Comu se deià restrengere lu fluxu de lu sangue.
(') Mancano due carte le*quali dovevano contenere quattro ca-
pitoli dt testo; danno quasi comune ai codici molto aulichi.
Cap.
45. 46. 4T. 48. 49. 50. 51. 92. 59. 54. 95. 56. 97. 98. 59. 60. 6t. 62. 63. 64. 65. 66. 67. 68. 69. 10. TL.
72. 73. 74.
LXXXIII
De lu inserrare voi dell'alazzare dele vene.
Quale son decte le infermitate naturali.
Quale infirmitate se fa per acerescimentu.
Quale infermetati se fa per diminuzione.
Quale infermitate se fa per erru de la natura.
Quale infermetate (sic).
De la infermetate deli occhi in generale.
Dele lacreme delli ochi e dela eura luru.
Dela caligine delli ochi.
Dela calligine dell'ochi e dellu pannu.
Dele ungiole dell' occhi. |
Delu sangue.lu quale appare in dell' occhiu delu ecavallu.
Contra la macula dell'ochi.
Alla ferruta dell' occhiu.
Dela gractasione dell' occhiu.
Contra la rusione (rossore) e dolore dell' occhiu.
Deli vivuli veniente alu cavalu.
Deli strangogliuni.
De lu male della vocca (bocca).
De lu male de lu palatina.
.Dela infermitate delu lampastu.
Dela infermitate dele floncelle.
Dela lisione della lengua.
Dele barbule.
Dela fregedetate delu eapu e la cura sua.
De la cimora , seu eapo morto, e dela cura sua.
Dela scaia (scabia) voi dela grattatura, voi de prurito in dellu collu, voi in de la coda de lo cavallu.
Del asginia voi lu lucerdu.
De la inflatione de lu collu.
De la lisione delu dorsu.
LXXXIV
Cap.
15
106. "Pr 48. 19. 80. 81. 82. 83. 84, 85. 86.
87.
88. 89. 90. 91. 92. 93. 94. 95. 96. 97. 98. 99. 100. 101. 102. 103. 104. 105.
Delo dossu quanno s'ammaeca da la sella.
Dela enflatione delo dorsu.
De profonda plaga delo dossu sopra le spalle.
De lu cavallu cha male ferratura.
De lu cornu e dela eura sua.
De la infermitate chene chiama curte.
De polmone voi de lu pulmucellu.
De lu cavallu supre lu. quale la luna resplende.
Deli spallaeci.
De baruli e earbunculi.
De la lisione de lu guarrese. .
De le puzule, voi pustole, le quale nasce in delu dossu dellu cavallu.
Deli pulvi da sanare lu dossu, voi lu guarrese dellu cavallu.
Alla gocta dele rine voi mucceeatura.
De lu eavallu spallatu.
Dela graveza delu pectu.
De lu eavallu apertu dennanti.
De lu eavallu scalmatu, voi delu male dell' anche.
De monfonditu cavallu.
De la stortigliatura, voi scussatura.
De lu cavallu che eaecia fore lu intestinu.
Dela inflatione deli cogliuni.
De la castratione delli cavalli.
De la inflatione dele gaume.
De le ganme torte.
De la poncieatura deli speruni in dele spalle.
De la lesione dele falce.
De le spavane.
Dele jerde e dela cura sua.
Dela corva veniente à lu cavallu.
Dela forma vengniente a lu cavallu.
P
Uap. 106
107. 108. 109. T0. LE 112. 113.
114. 115. 116. 113. 118. 119. 120. 121. 122. 123. 124. 125.
126. 127. 128. 129. 130. 181. 132. 133. 134. 185. 136.
LXXXV
Dele spinnule, voi spinelle.
Deli suprossi e dela eura sua.
Dele galle e dela eura sua.
De attento nelu nervu.
Deli grappi supravegnenti alu cavallu.
Dele crepacci.
De la erepaecia per traversu.
Deli griezari che nasce in dele eorone supra l' onge.
De molieti voi setacce.
De supreposta.
De eneapestratura.
De la paemia, clavardu , voi aequarola.
De la interferitura.
De ponsonisij ( pinsanese ).
Dell' ongie torte.
De cotellatu, voi habente multu fredo in i pedi.
Dela inchiovatura.
Dela secunda spetia dela inchiovatura.
Dela terza spetia dela inchiovatura.
Dela inchiovatura la quale se ronpe in dela corona.
De fico la quale nasce in elo solo delo pede.
De subactutu.
De le spumature dell unge.
De le dessolature dell' unge.
Dele mutatione dell' unge.
De setula, voi de seta.
De lu maledicto in delu pede e dela cura $0a.
De altro male, che male nasce in delo pede.
Se a lu cavallu dolesse lu pede per fatiga.
De cavallu ragiatu, voi habente dessinteru.
Dela infosione delu cavallo.
LXXXVI
Cap. 137
138. 139.
140.. 141. 142. 143. 144. 145. 146. 147. 148. 149. 150. 151. 152. 158. 154. 155. 156. 157. 158.
159. 160. 161. 192. 163. 164. 165. 166.
De lu moro, voi delu celsu, e dela cura sua.
Dele glandule, testudene, voi scrofule.
De lo fieo che nasce adruve che 'n a sola de- lu pede.
De lu eavallu scalmatu.
De lu cavallu pulsivo.
De lu cavallu infustitu.
De lu verme.
De Iu verme volativo.
De lu verm»? che si dice farcina.
De lu verme che se dice antecore.
De lo dolore e della superfluitate delu sangue.
De lu dolure e dela ventusitate.
De lu dolure e dela superfluitate de manecare.
De dolore per multu retentione d' urina.
De lu eavallu pagurusu e pigru.
De'lu cavallu ammalatu e greve.
De lu eavallu fumosu voi lebrosu.
De lu eavallu che manduca la pluma, voi penna.
De lu cavallu che ben mandueca e non ingrassa.
De lu eavallu troppo grassu c'ammagrisca.
Contra la mania deli cavalli.
In ehe tenpu in de lu cavallu furiusu lu ma- rescaleu posa usare la cirlugia.
De lu cavallu ristivu.
De lu eavallu che le cade li pili dela coda.
De lu langu de la coda, voi in altru locu.
De regenerare li pili.
In ehe manera li pili niri se muta in blanco.
Per la tossa seecha.
Contra la freve deli cavalli.
Deli vermi h qual abunda in dele testinu ( intestini ).
LXXXVII
Cap. 167. All ossa roete delu eavallu.
168. A tucte le plague de lu eavallu.
169. De troneu, voi spinu, intrante in aleuna parte delu corpu delu eavallu.
170. De lu cancro.
171. De la fistula.
172. De lu nervu infissu.
173. De nervu azacato.
174. De lu nervu contronato.
175. Contra onne dolore e tumore e indignatione de' nervi.
176. De lu unguentu a reperare la carne.
177. De la plaga de saecta intossecata.
178. Le medecine contra moccecatura de' serpenti.
179. Contra la morfea, serpigine, impetigene deli cavalli.
180. Memorabilia sive notabilia.
UNPONNITV:
L'ordine col quale sono disposti gli argo- menti , ed il modo con cui sono indicati , richia- ma facilmente alla mente il libro di Giordano Ruffo e le malattie da lui considerate: non venne dal maniscaleo romano omessa nemmeno la di- stinzione delle malattie adoperata maestrevol- mente da Ruffo: ma la molta rassomiglianza delle opere di questi due autori, andrà qua- si scomparendo quando faremo il confronto del libro di Rusio con quello di Bonifacio, che tutto vi ha preso o eopiato. Rieordiamo peró in questo luogo che i capitoli del codice Sici- liano eorrispondono ad altrettanti del Rusio
LXXXVIII
latino stampato in Parigi nel 1530 e nel vulgare di Venezia 1543: la materia peró nei vari testi apparisee trattata in maniera differente; ma ve- ra differenza si verifica in pochi luoghi, e sola- mente dove Rusio cita qualche speciale autore di Veterinaria, come ad esempio nel cap. 151 in eui parla della ritenzione di urina secondo maestro Mauro.
Esporremo ora tutta la materia sviluppata nel libro di Bonifacio, trascrivendo tutti i ca- pitoli come si à fatto in ordine a Rusio.
CAP. XLVI.
, Tabula de li eapitulli singuli, capitulo per capitullo, de le infirmitate e cure de li cavalli de lo dieto volume e lo tractato de lo presente libro de lo dicto misier Bonifatio, continente capituli eentooctanta ,.
, In prima incomenzano in lo nome de missier Jesu Cristo lo nostro Signor, alli colori de li eavalli e poi seguitamo delli singulli como se convene per dricta rasone ,. 1l. E H collori de li cavalli. Quanti sono.
2. E le beleze de li cavalli.
3. E la natura de li cavalli.
4. Come a lo generar de lo cavallo se die elleger bono patre et bona matre.
9. E eossa se die considerar in lo patre e in la
mafre. 1
Cap.
6. E la bontà de lo cavallo.
LXXXIX
. I segni a eonoseer le virtü overo li defecti de
li animali eavalh.
. E ehe etade sono acti a generar li cavalli. . E che etade sono acte le iomente a concepere. . Como se die fare e tener li cavalli quando va
a generare.
. Quante iomenete debia montar lo cavallo al-
l' anno.
. In che tempo se debia far montar li cavalli. . Quanto tempo porta la iumenta lo suo fiol in
corpo.
. Che se die fare se la iumenta requede de lo
cavallo, e non se vol lassar montar.
. Come se deno guardare le iomente poi che
hanno conceputo.
. Ohe tempo à aeto a la conception e natura
vol natività de li polietri.
. Quale luoco é buono quando voleno nascer lo
cavallo, e sia utile ad ipso.
. El modo de nutricare li polietri pizoli. . In ehe modo se dineno adoctrinar poiche sono
cressuti.
. Como e in che tempo se debia allazare li pol-
lietri quando se prendono dal' armenti.
. Quando e de che tempo se denno domar li
polietri.
. Como e quando e eum che cautella sé diebano
domar li poletri.
. Como se die guardar li cavalli poiché son
domati.
. Como e quando se debia usar lo cavallo zovene
over antico.
. Como e in che tempo li cavalli se deveno
purgar.
84. . De la forma de li freni deli polietri e de li
44. 45.
. Como e in che modo se debia dar la provenda
a lo cavallo.
. Como se die dare a bever a lo cavallo. . Como e in che modo se die ferrar li cavalli. . Como se die aeonzar lo cavallo quando se vol
cavalcare.
. In ehe tempo se die lo cavallo fatigar et in
che tempo non.
. Como se deve guardare lo cavallo poi.ch'é
fatigato.
. Como in tempo d'estate o d'inverno se die
coprir lo cavallo.
. Quanto tempo dura lo cavallo in sua bontà
essendo bene guardato. Per che modo se deve adoctrinar lo cavallo.
cavalli.
. Perché li eavalli se. devono portare per loco
dove se fa remor e strepito de artificio.
. Perché lo cavaleator die spesso descendere e
salir da lo cavallo.
. Che cosse se poteno considerar bene in li politri. . Come se cognosce la età deli cavalli per li denti. . Como e perché se scagliona lo cavallo.
. Quando lo cavallo havesse sangue soperchio
che se die fare.
. Quante fiate se deve per natura sanguinare al-
l' ano lo cavallo.
. De lo fluxo de lo sangue dele piage deli ani-
mali e anchora se havesse le moide (1' emor- roide) per lo dicto fluxo. Per che modo se restringe lo fluxo delo sangue. Del modo de tagliar over alazare la vena.
XCI
46. Qualle sono quelle infirmità che se diceno na- turalle.
47. Che infirmità fa da cressimento.
48. Che infirmità se fanno da manchamento.
49. Che infirmità se fanno da error de natura.
50. Che infirmità se fanno dal principio deli parenti.
51. Dela varietà deli ochij e deli pilli, e de di- versi collori che ano li cavalli.
52. Dela general infirmità deli ochi.
53. De le lagrime deli oehij, perché advene e della sua cura.
54. Dela caligine deli ochij.
55. Del pano deli ochij, e dela sua cura.
56. De la ongia deli ochi e della sua cura.
57. Del sangue che appare in l'ochio del cavallo e de sua cura.
58. De la macula che ven in l'ochio del cavallo e de sua cura. |
59. Quando lo cavallo avesse avuto colpo al' ochio e de sua cura.
60. Quando lo eavallo se havesse gractato l' occhio e de la sua cura.
61. De la rosseza e dolore e sangue e panno del ochij.
62. De le glandolle delo cavallo e de sua cura. 63. Deli strangolgioni, perche cason venono, e co- mo se cura. ,
64. De la infermità de la bocha de lo cavallo e dela sua cura.
65. De la paladina de hl cavalli.
66. De lo lampasto como é facto, e como se cura.
67. De una infermità che se chiama floncelli e co- mo se cura.
XOIH 68
69. 170. e. 72. 13.
74. 75.
76. 71. (3. 40; 80. Sl 82. 83. 84. 85. 806.
87. 88.
Che infermità se fa iu la lengua e como se cura. ;
De li barboli che nasce &octo la lengua e como se cura.
De la fredeza del capo, e della sua cura.
De la cymorra, perché vien e come se cura.
Como e perché vien la rogna nelo collo e nela coda al cavallo, como se cura.
De lacerto, over stima, perché ven alo cavallo e de sua cura.
De lo collo infiato, perchà vien e come se cura.
Della lesione delo dosso delo cavallo, perché ven e como se cura.
De 1o dosso delo cavallo quando fosse leso dala sella, como se eura.
De la infiatione de lo dosso delo cavallo, per- che ven, e come se cura.
De la piaga cupa de lo dosso sopra le spalle perché vien, como se cura.
Del cavallo malferuto, e como se cura.
Del corno, como se fa e como se cura.
Del eurtio, como ven, e como se cura.
Del polmoncello, como ven, perché, e como se cura.
Quando resplende la luna sopra lo cavallo, e como se cura.
Dele spalazi, como se fa, e como se cura.
Deli barbolli e carbuneoli, e dela sua eura.
Dela lesione delo garesse, perché ven e como se cura.
Deli poleelli che nasce in lo dosso deli cavalli.
De algune bone polver a sanar lo dosso e ga- resse da ogni malli.
XCIII
89. De la gotta rinale che àlo cavallo, over mor- rigatura.
90. El cavallo spallato, per che se spalla, como se cura.
91. De la gravezza delo pecto, perche ven, como se cura.
92. De lo cavallo che ha male in lo capo del' anca, como ven, como se cura.
93. Del cavallo mortifetido.
94. Del cavallo seortellato de la ioncta, come se cura.
95. Del cavallo che caza fuora !' intestino delo fun- damento, eome se cura.
96. De la infiatione de' ecoglioni, e como se cura.
97. Como se eastra lo eavallo, e della sua cura.
98. De la infiation de le'eosse, perche ven e como Se cura.
99. De le eosse torte, como se curano per expe- rientia.
100. De la ponetura de li speroni, e de sua cura.
101. De la lesione delle falze, perché ven, como se . eura.
102. De li spavani, dove se fanno e perche, como se cura.
103. De le giarde, perché ven, e como se cura.
104. De la curba, perché ven, e como se cura.
105. De la forma, perché ven, como se cura.
106. De le spinelle, over sinelle, perche ven, e como se curano.
107. De lo sopraosso, perche ven, como se cura.
108. De le galle, perché ven, e como se cura.
109. De la lesione delo actinto, perché ven e como se cura.
Delle rappe, perche ven, como se cura e che infirmità 6.
Se voi haver onor a sanare le rappe usa que- sto unguento.
De le erepaze, come se cura, e perché ven.
De le erepaze traverse, perché vien e como se cura. :
De la grizaria, over rizoli, perche ven e como se cura.
De li secar), perché ven e como se cura.
De la sopraposta, como ven e como se cura.
De la incapestratura, perché se fa, e como se cura.
De lo elavardo, over patentia, o acquarolla, perché ven, como se cura.
Quando lo cavallo se intraferre, over taglia, d' uno pede in l'altro, como se cura.
De le polzonese, perché ven, como se cura.
De Y' ongia torta, como se cura.
De congellato quando hane fredeza in li piedi como se cura.
De la inchiavatura, perché se fano, como se cura.
De la seconda spetie dela inchiavatura, perché ven e como se cura.
De la tertia spetie de la inchiavatura, como se cura.
De la quarta spetie de la inchiavatura, como se cura.
De lo fico che nasce socto la suolla del piede, perché ven, e como se cura.
. Del somiaeento (sobbattuto) ch' aven in lo pede
del ca-allo, perché ven e como se cura.
XCV
129. De lo fieo ehe nasce in altre parli che nella suola delo pede, como se cura.
130. De lo cavallo fosse maledicto nelo pede, como se cura.
131. Deli spumarti che vien in l' ongia del cavallo per la infusione.
132. Como se die dessollare lo cavallo, e de sua cura.
133. Perché se muta l'ongie, e como se cura.
134. De la setola del piede, perché vien, e como 8e cura.
135. Del ragiato cavallo, over disenteria, perché vien e como se cura.
136. De lo cavallo infuso, perché vien e como se cura.
137. Del celso, over moro, perche vien, e como se cura.
138. De le scrofole, over glandolle, e como se eura.
139. De lo cavallo resealfato, perché ven e como se cura.
140. De lo cavallo bulsino, perché ven e como se cura.
141. De lo cavallo infuso, perche vien e como se
| eura. :
142. De lo verme che ha lo eavallo, como se cura, e como si congnosse tal infirmità al principio.
143. Unguento fino per sanare lo verme dello ca- vallo.
144. De lo verme che se dice volatile, como se cu- ra e che differentia à intra questo e quello ch' havemo dieto de sopra.
145. De lo verme che se chiama farcina, como se cura, e che diferentia é intra questi che sono de sopra dicti e questo presente.
XOVI
146.
147.
De lo verme dieto anticore, zoó cum lo core, come se cura, e che diferentia 6 intra questi e li altri.
Ad ineantar lo verme se easo fosse che non sanasse per li remedii sopradicti.
. De lo dolor che havesse lo cavallo per troppo
Sangue, come se cognosce, e come se cura.
. De lo dolor per ventosità oh' el cavallo ha in
corpo, perche ven, e come se cura.
. Del dolor che ha el cavallo per troppo man-
giar, como se cura.
. De lo dolor che ha lo cavallo per retenir la uri-
na, como se eura.
. De lo eavallo pauroso e pigro, como se fa
seguro.
. De lo eavallo ch'ave grave infirmità, fazasse
questa cura.
. De lo eavallo fomoso, over leproso, como se
cura.
. Quando lo eavallo mangia la penna, como se
cura.
. De lo cavallo che mangia e non ingrassa, como
se fa ingrassare. De lo cavallo che fosse troppo grasso, ché tor- na magro.
. De lo cavallo che fosse pazo o vanioso, como
se cura.
. Como in lo cavallo furioso se poi operare ci-
rogia de maresealsia.
. De lo eavallo restivo, como se poi liberare. . De lo fluxo deli pilli de la coda, lo rimedio
che non cadeno ? quisto.
. De lo langio nella coda che é a modo de zan-
eulo, como se cura.
179.
180.
XCVII
. Come se fa renaseer li pill là dove fosse
spellato.
. Far deli pilli nigri che siano bianchi.
. Quando lo eavallo ha la tosse, como se eura. . De lo eavallo ch' abe la febre, como se cura. . De li vermi che abundano in le stentine, co-
mo se cura.
. De l osso ropto, per remedio e medecine se
poi curare.
. De tute le piage eh'avene alli cavalli, como
Se cura.
. De la spina ch' entrasse in alguna parte del
corpo del cavallo, come se eura.
. Come se cura lo zancullo. . De la fistola perché ven e como se cura. . Unguento nobilissimo per sanare altre piaghe,
val molto allo zancullo.
. De lo nervo tagliato, como se cura per medicine. . De lo nervo eontraeto, over manchato.
. Se lo eavallo fosse feruto da saecta intossicata. . Contra lo morso delo serpente o da homo oy
da altro animale.
. Contra la morfea, serpigine over petigine del
cavallo.
Capitollo de li notabili e certi amaistramenti deli cavalli e& doctrine de li manescalchi. Questo é l' ultimo Capitollo de questo nostro volume, lo quale parla delli XII segni delo sole e dela luna , senza li qual nessuno bono maistro pote haver honor de sua cerosia et
arte predicta.
VII
XCVIII
CAP. XLVII.
Seguita l'elenco de' Capitoli del testo la- tino di Rusio.
Cap. L . Quod ad generationem Equorum sint eligen-
XIII. XIV.
XV.
XVI.
XVII. XVIII. XIX.
De Natura Equi.
di parentes idonei.
. Que consideranda sint in parentibus.
. De pulehritudine Equorum.
. De coloribus Equorum.
. De merito, et bonitate Equorum.
. De signis ad eognoseendum virtutés et de-
fectus Equorum.
. Qua etate sint Equi apti ad generaudam. . Qua etate sint apte Eque ad generandum. . Qualiter circa ipsos agendum sit, cum sunt
admittendi ad generationem.
. Quot Eque emissario sint supponende. . Quo tempore sint admittendi Equi ad ge-
nerandum.
Quanto tempore ferant Eque partum. 1
Quid sit agendum, si Equa patienter Equum : non vult.
Quo modo Eque sint tractande post conce- ptionem.
Quod tempus si& aptum conceptioni et nati- . vitati pullorum.
Quis locus bonus sit ut in eo nascantur.
De nutritione parvorum pullorum.
De edueatione adultorum.
Cap. XX.
XXI. XXII.
XXIII. XXIV.
XXV.
XXVI.
XXVII. XXVIII. XXIX. XXX.
XXXI. XXXII. XXXIII. XXXIV. XXXV.
XXXVI.
XXXVII.
XXXVIII.
XXXIX.
XCIX
Quomodo, et quo tempore laqueari de- bent Equi, qui educantur de armento.
Quomodo, et quo tempore domari debent.
Quomodo , et qua cautela Equi domentur.
De custodia Equorum post domationem. Quibus cibis utatur Equus juvenis, et genex.
Quomodo et quando, et quibus modis, purgetur Equus.
De prebendando Equo.
De potu Equi.
De ferrando Equo.
De parando Equum quando debet equitari.
Quo tempore debeat Equus laborare, et quo non.
Quomodo custodiatur Equus post laborem.
Quomodo in estate vel hyeme cooperiatur.
Quanto tempore durat Equus in bonitate sua, si bene custodiatur.
De diseiplinando Eqno.
De formis frenorum utilibus tam pullis quam Equis scallionatis quam non scal- lionatis.
Quod ducatur Equus per loea ubi sunt sonitus et strepitus.
Quod equitans frequenter ascendat et descendat de Equo.
Quae in pullis bone indolis considerari possint.
Etas Equi qualiter cognoscatur secun- dum dentes.
XL.
XLI. XLII. XLIII.
XLIV. XLV. XLVI.
XLVII.
XLVIII.
XLIX.
. Qui morbi fiunt ex vitio parentum.
LXI. LXII. LXIII. LXIV. LXV. LXVI. LXVII. LXVIII.
De extrahendis Equo dentibus qui dicun- tur sealliones.
De sanguine superabundante.
Quoties in anno est Equus flebotomandus.
De fluxu sanguinis a plaga animalis, et si sequatur emorgia (sic).
De restringentibus fluxum sanguinis.
De ferratione seu lampatione venarum.
Qui morbi dieantur naturales.
Qui morbi sunt ex augmento.
Qui morbi sunt ex diminutione.
Qui morbi fiunt errore nature.
. De varietate oculorum et pilorum.
. De infirmitatibus oculorum in genere.
. De lachrymis oculorum et earum cura. . De ealigine oculorum.
. De caligine et panno.
. De ungla oculorum.
. De sanguine qui apparet in oculo Equi. . Contra maeulam oculorum.
. Ad oeulum percussum.
. Ad confricationem oculi.
Contra ruborem et dolorem oculorum. De vivolis.
De stranguillione.
De malo oris Equi.
De palatina.
De Lampaseo.
De Floncellis.
De lesione lingue.
Cap. LXIX.
LXX.
LXXI.
LXXII.
LXXIII. LXXIV.
LXXV. LXXVI.
LXXVII. LXXVIII. LXXIX.
LXXX. LXXXI.
LXXXII. LXXXIIT.
LXXXIV. LXXXV.
LXXXVI. LXXXVII.
LXXXVIII.
LXXXIX.
XC.
XCI. XCII. XCIII. XCIV. XCV.
CI
De barbulis sub lingua.
De frigiditate capitis et ejus eura.
De Cymorra, seu capu morbo, et ejus cura.
De sceabie et pruritu colli et caude.
De stima seu Lucerdo.
De inflatione colli.
De lesione dorsi.
De dorso quando laeditur a sella.
De inflatione dorsi.
De profunda plaga dorsi supra spatulas.
De male ferrato Equo.
De cornu ef cura sua.
De curtis.
De Pulmone seu Pulmoncello.
De Equo super quo luna splenduit.
De Spallatijs.
De Barrulis e& Carbunculis.
De lesione Gerrese, seu Guizareschi.
De puezolis, que naseuntur in dorso Equi.
De quibusdam pulveribus ad sanandum dorsum vel garresum Equi.
Ad guttam renalem seu morsuram e- quorum.
De spallato.
De
De
De
De
De
gravedine pectoris.
Equo aperto ante.
Equo scealmato sive de malo anche. monfodio Equo.
scorti^atura seu scorsiatura.
CT Cap. XCVI. De Equo qui emittit intestinum foras anum. XCVIL. De inflatione testieulorum. XOVIIL De Castratione Equorum. XCIX. De inflatione erurium. C. De cruribus obliquis. CI. De punctura calearium in spatula vel alibi. CII. De lesioue Faleis. CIII. De spavanis. CIV. De Gerda et ejus remedio. CV. De curba. CVI. De furmiea sive sponeala. CVIL. De spinulis sive spinellis. CVIIL. De superossibus. CIX. De Gallis et earum cura et remedio. CX. De Attincto. CXI. De Grappis. CXII. De Crepatijs in crurium iuncturis. COXIIIL. De ecrepatia ex transverso. CXIV. De Grisaria. CXV. De mulis sive seracijs. CXVI. De supositura. OXVII. De incapistratura. CXVIII. De Paemia, Clavardo, seu Aquarola. CXIX. De interferitura. CXX. De Pinzanese. CXXI. De ungulis obliquis. CXXII. De Cudellato et habente multum frigus in pedibus. CXXIII. De inclavatura Equi. CXXIV. De seeunda specie inclavature. CXXV. De tertia specie inclavature.
Cap. CXXVI.
CXXVII CXXVIII.
CXXIX.
CXXX.
CXXXI.
OX XXII.
CXXXIII. OXXXIV. OXXXV.
CXXXVI. CXXXVII. CXXX VIII. CXXXIX.
CXL.
OXLI. CXLII. CLXIII.
CXLIV.
CXLV. OXLVI. CXLVII. CXLVIII. OXLIX. CL.
CLI.
CLII. CLIIT.
CI
De inclavatura que rumpitur in co- rona pedis.
De fieu qui nascitur in solea pedem.
De subatuto.
De spumaturis ungularum.
De dissolaturis ungularum.
De mutationibus ungularum.
De setula sive seta.
De maledicto in pede.
De aho malo in pede.
8i Equus doluerit pedem propter laborem.
De Aragiato, sve Dysenteriam patiente.
De infusione. Equi.
De Moro sive Celso et sua cura.
De Glandulis testudinibus et scrofulis.
:De ficu qui nascitur alibi quam in pe-
dis solea. De Equo scalmato. De Equo pulsivo. De Equo infustico. De Verme. De Verme volatili. De Verme dicto Farcina. De Verme dicto Anticor. De dolore ex superfluo sanguine. De dolore ex ventositate. De dolore ex nimia comestione. De dolore propter indebitam retentio- nem urine. Ad Equum timidum et pigrum. De morbido et gravi.
CIV Cap. CLIV.
CLV. CLVI.
CLVII. CLVIII.
CLIX.
CLX. CLXT. CLXII. CLXIII. CLXIV.
CLXV. CLXVI.
CLXVII.
CLXVIII. CLXIX. CLXX.
CLXXI. CLXXII. CLXXIII. OLXXIV.
CLXXV. CLXXVI.
CLXXVII.
CLXXVIII. CLXXIX.
De Equo furioso vel leproso.
De Equo qui comedit pennam.
De Equo qui bene comedit et non im- pinguatur.
De nimis pingui ut maerescat.
Contra Maniam equorum.
Quomodo in Equo furioso chirurgia pos- sib operari per marsealcos.
De Equo restivo.
De fluxu pilorum caude.
De Langio in cauda vel alibi.
De pilis regenerandis.
Quomodo pili nigri mutentur in albos.
Ad tussim siccam.
Contra febres Equorum.
De vermibus qui abundant in intestinis Equorum. |
Ad ossa fracta, et eorum eura. |
Ad omnia Equi vulnera. |
De Truneo seu Spina intrante in aliqua : parte corporis Equi.
De Cancro.
De Fistula.
De Nervo inciso.
De Nervo contrito. !
De Nervo incertonato.
Contra omnem dolorem et tumorem et indignationem nervorum equorum.
De unguento ad reparandum carnem.
De vulnere ex sagitta tossieata.
Melicamenta eontra morsum serpentis.
CV Cap. | CLXXX. Contra Morpheam, serpiginem et impe- tiginem. Equorum. CLXXXI. Contra Mortalitatem, seu epitimiam, equo- rum et aliorum animalium. CLXXXII. Memoralia, seu notahilia, valde pro regi-
mine equi. CAP. XLVIII.
Quando si pongono gli occhi sopra due libri di una scienza appartenenti a due diversi autori, e si riconoscono l]' uno essere copia piü o meno fedele dell' altro, non solamente si resta presi di alta maraviglia, ma si e posti nella neces- sità e nell' obbligo di dichiarare il plagiario; l' impresa peró non e ovvia quando si tratta di scrittori vissuti contemporaneamente , o molto fra loro vicini; nel caso nostro troviamo sempre di dover collocare il libro di Lorenzo Rusio pri- ma di quello di Bonifacio; i cento ottanta ca- pitoli dei due testi non differiscono né nell' or- dine di loro collocamento ne per gli argomenti a cui si riferiscono; a confermare l' opinione no- stra ed i rilievi che mai prima di noi riteniamo essere stati fatti, traseriveremo dai diversi libri i Capitoli 42 e 114; e questi e non altri, per- ché il primo riguarda ad una pratica osserva- bile pure oggidi, ossia quella di salassare aleune volte nel decorso dell anno il cavallo; e I' altro perché tratta di una affezione che i piü valenti micrografi al presente collocano fra i morbi pa- rassitari, che i nostri pià antichi scrittori chia- marono ricciuoli, che neitesti inediti di Bonifa- cio e di Rusio dieesi anche gripsaria, nomi che,
CVI
secondo il concetto pur sempre vero del linguag- gio popolare, esprimono o che i peli delle gam- be si arrieciano, o che la pelle si raggrinza o diventa grigia, poiché nel Rusio vulgare del 1543 il cap. 114 tratta della Grisaria, che nel codice latino della Costabiliana leggesi Grissaria, e nel latino dell' edizione di Parigi 1532 scrivesi Grisaria. Ecco il Cap. 49 del Rusio scritto in Siciliano.
Quante fiata àn annu se deia sangniare lu. cavallu.
[i ,. Quactru fiata in annu ene da sangniare , lu cavallu per conservarlo in sanetate, sagnese , lu eavallu dela custumata vena delu collu. A , Una fiata nelo tempu dela primavera: , la secunda in dela state: la terza in dautunu: , la quarta in delu vernu. , , E tragaglese lu sangue per ciascuna fiata , comu gle se convene: e nota che se in dela , festa de santu Stefane primu martiru sange , lu cavallu, non morerà in quellu anno de na- . Scetura vol de verme. , , Mastru Mauru disse che lu cavallu, che , ellu se serve da varij et diverse infermitate, , Ssangese alu menu tre fiata in anno: Cioene , lu primu apressu lu fine d' aprile, ca intannu , lu sangue comenza a multiplicare: lu secondu , & lu principii de settembre, che lu sangue in- , nequalitate appressu svapore: lu terzu alu , mezu decembre, ché lu sangue in illu aduna- , tu et grosso esca. E tame deve sapere che » queste cose, secundu la qualitate deli cavalli , e dele locura dove ademoranu, devese mutare
CVIH
e pose mutare. E li signa perche tu lu poi sapere se lu eavallu ane abisongiu de sangia so quisti. Primamente se I' oechi delu cavallu se fa russi; ancura sele vene se gle infla in delu eorpu plu che non sole; ancura se le gractature emne.... dela coteca e dili capilli. Àn- cora quandu per lo dorsu delu cavallu nasce aleune inflatione per lu dossu rusce; ancora quandu lu cavallu fa mala digestione. Ca da queste nasce in deli cavalli diverse e perico- lose infirmetate, non devi essere negligente à contrastare ali principia. Fagle na sangia dela vena organiea, la quale ene in dellu collu, e tragasenne sangue in bona quantitate, secunde le vertute e le forze de lu cavallu. Nota che se la vena delu cavallu enfla, quannu se san- gie, devegle supponere la foglia de la. vite alva cocta, et incontenente serà desenflata la vena. ,
CAP. XLIX.
Non e forse inutile accennare che i precetti
esposti nel riportato capitolo sono scientifica- mente di mirabile esattezza, e che, nel vulgare stampato, il discorso corre meno esattamente; ora riferiamo il Cap. 42. del libro di Maestro Bonifacio, portante l'identico titolo.
»
» Quante fiate se die lo cavallo sangwinare. ,
, Per eonservar la sanità del cavallo se die sanguinar dala vena acostumata del collo,
, e questo se farà nella primavera una volta.
»
La seconda volta ne la stade, la terza volta
CVIII
nel auptono, e la quarta volta nell' inverno. E cosi el tuto l| anno deviso e spartito in tempi quatro. E debbiase trar de lo sangue cussi come P mestiere in zascuna fiata. E Mastro Mauro dice. Azó che lo cavallo sia melgio guardato da diverse infermità se die sanguinar, a lo meno, tre volte l' anno, zoe la prima volta apreso al fine d' aprile , che intanto lo sangue comenza a multiplicare ; la seconda volta nel principio de septembrio azó che lo sangue svapora. La terza volta sia nel meso de decembrio azó che desecha el grosso sangue lo qual e? congregato in esso. Cogno- sce che tutte queste devi saper zo? che son diete, se poteno e deveno mutarse secundo lor qualità deli cavalli, e. secondo lo loco dove ademorano; li segni per li qual poti sa- per se lo cavallo ha mistier de sanguinarse son quisti ,.
, In prima se li ha ochij rossi lo cavallo. Anchora le vene se infiano per lo corpo del cavallo piüi de acostumato. Anchora lo pre- dicto (1) de li grini voi deli pill. Anchora hi cadono li grinj. Anchora lo cavallo non po bene padire come & costumato. Anchora per lo corpo nasceno algune ampulle rosse (2). Pero che nasehono ali cavalli diverse infir- miti e pericolose, non devi esser negligente
ne pigro de obstar al principio , zoe. de' haver
cura de guarirlo de queste infirmità: fa adonca la sangia de la vena organica delo cavallo ,
(1) Prurito. (2) Fuoco d' erba, ebullizione eutanea.
CIX
, la qual e nelo collo, e cazali de sangue in , bona quantità, secondo la virtàü e la forteza , del cavallo, e nota equa che se la vena de , lo cavallo infiasse, per la sangia, devi mecter , la foglia de la vite biancha cocta sopra la , vena, e incontinente se desinfierà ,.
CAP. L.
Non importa affermare che le due lezioni sono conformi perche di tutta evidenza; si deve peró avvertire la mancanza nel testo di Bonifacio della pia. eredenza relativa al salasso eseguito nel di di Santo Stefano portato in quello di Rusio: tale invocazione al Santo mar- tire manca nell' Edizione latina di Rusio di Pa- rigi e nella Veneta vulgare; si trova peró nel no- stro codice già della Costabiliana e si legge: — Et nota quod — Si in festo S.ti Stephani pro- thomartiris minuas vel sanguines equum 07. mo- rietur ipso anno de nascitura sew verme (l).
(1) Quoties in anno sit. Equus flebotomandus.
Quater autem in anno, pro conservanda sanitate, fle- botomandus est Equus, a vena colli videlieet consueta. Primo veris tempore semel: Secundo in estàte: Tertio in autumno: Quarto in hyeme; et sanguis ei, prout ei expedit, extrahatur qualibet vice. Et nola quod si in festo beati Stephani prothomartyris minuas, vel sanguines, equum, non morietur illo anno de naseitura, seu verme. Magiter Maurus dieit, quod Equus, ut preservetur a di- versis et variis infirmitatibus , debet ad minus ter in anno minui, videlicet: Primo cirea finem Aprilis ; quia tunc in- cipit sanguis mulliplieari. Seeundo cirea principium Sep- tembris, ut sanguis in equalitate uccensus , evaporet. Ter- lio eirea medium Decembris, ad hoc ut sanguis in eo con-
CAP. LI.
Per coloro, a cui piacesse attribuire l' iden- tità dei due capitoli trascritti, all' essersi i due autori riportati a Maestro Mauro, prendiamo la fatica di ricopiare quelli in cui si discorre de'Rücciuoli (grisaria). Il maestro Mauro citato da Bonifacio e Rusio, non e identico col mae- stro Mario o Marco Greco di cui scrisse il Prof. Metaxà, e si ha un codice nella Biblio- teca Barberini; ma sibbene a maestro Mauro della città di Colonia, il quale scrisse un libro ippojatrieo intorno al 1206, come dottamente . pote. dimostrare il Conte Ercolani.
CAP. LII.
Cap. 114. Deli grizzari che nasce im dele corone supra longe. — RHusio —
, Ene una passione, la quale nasce in , dela corona deli pedi deli cavalli, la quale
gregatus, et grossus exeat. Et (amen scire debes quod hoe, iuxta qualitatem Equorum , et locorum ubi morantur, immutari possunt et debent. Signa, per que scire pblaris si Equus indigeat minutione, sunt ista: Primo si oeuli equi rubescant. Item si vene inflentur in corpore equi plus so- lito. Item pruritus cruris et erinium. Item casus cri- nium. Item quando per dorsum equi naseuntur alique infla- liones rubee. Item quando equus male digerit. Et quia ex hiis naseuntur in equis diverse et perieulose egritudines , non debes esse negligens ad obstandum prineipiis. Fac ergo minulionem de vena arganiea equi , que est in eollo, el extrahatur sanguis in bona quantitate iuxta. virtutem et vires equi. Nola quod si vena equi infletur, quando fit flebotomia, debes superponere folia vitis albe cocta, el statim deinflabitur vena equi.
CXI
» passione se judiea essere incurabile, et spi- , üalemente..... (1) se chiama grizzaria.
, La cura: alcuni li dicti grizzarii, assucti- ,. glianu per alcuni unziune e dagle lu focu e , cus li euranu: l'altru piglia la brenna (2) , e l assugnia delu porcu recente e pistanla , bene e mestecanla cula decta brenna sia ben , Scossa dala farina, poi bulla insenmura cullu ,. grassu delu poreu, e ponase supra la griz- ,. Zàrià, e questu fane dui voi tre fiata ca se , libera e se plu ne ane misteru, plu glelu fa- , ne et ene provato. A quellu medemu et me- ,. gliu tu fane per tucte le cose la cura posta ,. 1n telu capitulu deli grappe, la quale se co- , menza. hecipe de sevu biecinu ete. Ancora , l altru se volerai porrai usare lu unguentu , factu dela cepulla della rosa de sinoppidu (3) , e dela resina de pinna e de tucte l' altre po- ». Ste de sopra in delu capitulu dele crepacce. , E perció sive in delu dictu unguentu, sive , in delu unguentu da resollare, fane cumu se
(1) Col confronto di altri testi si riconosce mancare le due voci se antica.
(31 Brenna, crusea.
(3) Nel Capitolo antecedente- parla delle crepaecie e dell' unguento indieato, in cui entrano le rose de sinop- pide; per queslo si deve ritenere errata la lez. vulgare stampala, la quale serive coparosa , sinapi: il testo latino del Codiee Costabili legge cuperosa , sinopidi : Y' edizione di Parigi serive coperosa, simapi come la vulgare venela.
. La parola euperosa deriva dal latino cupri ros (ru- giada di rame); si ha il solfato di zineo o euperosa bianca; la euperosa verde o solfato di ferro, e cuperosa azzurra il solfato di rame o verde rame; quando si scrive sein-
. plieemente euperosa s' intende il verde rame.
NT
CXII
contene in lu locu. Ancora a questu medemu fane lu unguentu dela terbentina e dela cira e de gumma rabica e delu sucu dela berto- nica, comu se contene in delu prossimo ca- pitolo , et ungene la grizzaria ca sanarane. L'altru unguentu che segueta lu quale vale ali grappi per traversu e a le reste longue : Recipe unc. j de auru pimintu e de verde rame uncie ij e $, e de nitru ben tritu e pul- verizzatu unc. ij e 8 e de calce viva unc. 8, de assugnia porcina unc. iij, sevo castratino e de oliu eommunu a quantitate de tucte que- ste cose diete manco una quarta. Se vorai fare l' unguentu plu forte, mictice unc. ij de verde rame, e de questu unguentu se unga la grizaria fine che sia perfectu curatu. A quel- lu medenmu: Recipe de turnisci, cioene de tu- tumagliu libr. ij e pistase bene c' una libr. d' assungina vecchia, e libr. j de olio de uliva antica. Queste tre cose bullanu insenmura as- Sal, e poi se culle per unu pannu in alcunu vasu mundu, e poi ce micti unc. j de verde rame bene pulverizatu, e unc. j de argentu vivu, et intantu se mesteche che sia ben in- corporatuinsenmura chessia comu unguentu, e unginne la grizzaria fineche lu cavallu sia euratu. À quellu medenmu: Recipe de verde rame unc. j, de mele e acetu ugualemente libr. j, e bullanu insenmura in unu vasu mun- du. E de questu unguentu se unga la grizza- ria e lu eavallu sarrà curatu. Ancora a quel- lu medenmu: Recipe libr. j de mele e stenpe-
ralu alu foeu, e mictice. de pulve de verde
CXII
rame unc. ij e de pulve de alume de Marocco (1) une. ij e mestaeale bene eulu mele e menale fine actantu che lu mele sia refredu, e de que- stu unguentu onge lu locu dela grizzaria, e lu eavallu sarà curatu. L' unguentu che cura la grizzaria e le crepaccie per traversu, e le erepacecie, grappi e le setacie, scaralle e le reste longue, e onne scabia viva. Recipe la rasia ela fecia delu vinu e mestecale, et que- sta mestecanza dessogle in dell' aequa comu- na, et poi lu refreda, e mestecace lu sale cun unu poeu de sapone fortissimu, et fanne unguentu, voi enplastru, et ungene le locu- ra inferme, tame innanti le locura sia pe- late voi eulu unguentu dictu in delu capitolu deli grappi, voi cule tenagle, sicche quasi n'esea lu sangue. Sacei che in fra uno die naturale la infermetate se occite. E lo dictu enplastru lega supra lu loeo se poi.
CAP. LIII.
Ora riportiamo il Cap. 114 di Maestro Bo-
nifaclo :
»
Della gripzaria over vizuoli che infirmátà 2 , et como se cura.
, E un'infirmità la qual nasce sopra la. co- rona del'ongia del cavallo, la qual infirmità
(1) Hl vulgare stampato legge Moraco a vece di Ma-
rocco, e sbaglia in pareeehi luoghi la lezione in danno del senso vero dei precetti posti ed insegnati dall antico.
VIII
OXIV
si e quasi incurabile , e spetialmente se fosse antica, e questa infirmità e chiamata in vul- gare gripzaria , a la qual infirmità, ponamo che sia forte a guarir poneremo molti un- guenti boni. A tal infirmità alguni si fanno questa a manchare e annullare per certi un- guenti che fanno, e poi questo li fano lo re- medio del foco e cusi curano. Piglia la cani- glia delo grano scossa, e poi piglia una grande quantità de sayme , voi sonza , e pistalla. cum la dicta caniglia e fa uno emplastro e ponillo sopra la dicta gripzaria dui, voi tre volte, che serà tosto libero, e se caso fosse che piü habesse besonio, pià lo ponerai: farai a questa infirmità quello unguento lo qual stà nelo ca- pitolo CXIII; lo qual unguento comenza coss: Piglia sevo caprino e qua ponerai sevo ur- sino, e ogni altra cosa fa come sta là. An- cora a questa infirmità & molto utille. questo altro unguento lo qual stà nelo capitolo CXIII, lo qual comenza cossi : piglia Coppe rosse etc. e tucto como sta là fa quà, che questo un- guento molto vale a questa gripzaria. Ancora val a questo unguento, lo qual e posto nel Capitolo CXIIL, lo qual comenza cossi: piglia trementina unte. viij etc. che questo unguento molto e utille e molto virtuoso. Questo un- guento che à quà si & molto fine a questa gripzaria a grappa traversa , resta longa ec.
Piglia auropigmento uncia j, verde rame uncia una, calce viva unc. j, oglio comune ala quantità di ogni eossa, mino j quarta, e quel- le che son da pistare sia pistate e tenute co- me se convien, e poi farai de queste cosse uno
^5
CXV
unguento; ma se lo voi far piü forte poni oncie ij verde rame; e de questo unguento on- zerai la gripzaria quando te farà mestier, che lo eavallo perfectamente serà curato.
, Aneora a questo val l' unguento che se- gue. Piglia de turmisi, zoe tutamaglio o ana- bulle major, de questo medesimo libre ij, e sia ben pistato, sonza antiea libre j, oglio de oliva antico libre una; queste tre cose bulgiano insieme bene, e poi siano colate per uno panno in uno vaso nepto, e poi me- cterai uncia una de verderame ben polveri- zato e uncia j de arzento vivo, e tanto sia- no menate e incorporate a modo de unguen- to, de lo qual ongerai la gripzaria finché sia sanato lo cavallo, che tosto per quisto un- guento serà sanato.
, Altro unguento per la gripzaria. ,
. Piglia verderame uncia una, melle an- tico libra una , e bugliano insieme in uno vaso nepto e configanase, e de questo unguento la gripzaria sia ontata, e per questa lo ca- vallo sanerà. — Anoeora a questo val molto questo. unguento. — Piglia melle libre una, lo qual lo stempera a lo fuoco, e poi piglia onze ij verderame ben polverezato, alume de marochio polverizato ben onze iij, e questi polvi mestica bene insieme cum lo melle e insemeli ben mena e incorpora finché lo melle serà refridato, con questo unguentu lo loco dela gripzaria ongerai, ché lo cavallo serà curato ,.
, Questo unguento che poneremo qua vale a sanar la gripzaria facta per traverso , grap-
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» pe, jarda, resta longa , gripzaria ed ogni ro- , gnia. — Piglia tartaro e ealceina e questa ealeina dissolvi nel'acqua comuna e poi la , Ccongella e averai sal necto e pocho de sapo- , ne, e fa questo unguento, e ongerai li loci . pacienti. Ma in prima sia depillato lo loco cum lo unguento lo qual havemo posto nel capitolo CX, voi lo depila cum le tanaglie : ,. che lo fachi quello loco tucto sanguinare, e . questo emplastro che havemo dicto de' sopra , fa che sia ligato, che per altro modo non , Se porà tener ,.
Bonifacio aggiugne un altro unguento om- messo nel testo di Rusio: fatto di qualche ri- lievo per sempre piü aecertare avere Bonifacio seritto dopo Rusio, né l' epoca in cui vissero l' uno e l'altro in aleuna maniera vi si oppone.
CAP. LIV.
De Grisaria et ejus cura. Cap. CXV.
Est quedam passio , que nascitur in coronis Equorum super ungues, que passio, quasi incurabilis esse censetur, maxime si fuerit inveterata; hee passio vulgariter Grisaria nuneupatur. Curant aliqui dictas grisarias per aliquas un- ctiones, attenuant, deinde apponunt remedium ignis, et sie curant. [tem ad idem: Accipe cantabrum, seu se- mulam, et habeas pinguedinem porci recentem , e£ bene pista et misce cum dicto cantabro, seu semula, et sit cantabrum scossum, sive mundum, a farina, hoe est: sit semula grossa ita quod non sit ibi aliquid de farina ; po- sbea simul diu bulliant eum pinguedine porci iam dieta,
CXVIII
deinde superponatur grisarie; facias hoe bis, vel ter, quoniam liberabitur ; et, si plus indiget, plus fae: pro- batum est. Item ad idem, et melius: Fae per omnia cu- ram de grappis, positam in eapitulo de Grappis, que in- cipit: « Recipe sepi hircini » et cetera. ltem ad idem: 8i volueris, poteris uti unguento facto de cuperosa , sino- pide, resina pini et ceteris, que supra posui in capitulo de Crepatiis, eb ideo tam circa dictum unguentum , quam cirea unguentum ad consolidandum, facias sieut. contine- tur ibidem. Item ad idem: Fae unguentum de trebentina eb cera et gummi abietis et succo betonice, ut supra in eapitulo proximo continetur, et grisarias inunge, quia sa- nabuntur. Hem ad idem : Unguentum quod sequitur , quod valet ad grappas ex transverso , et rests longas: Reci- pe auripigmenti 8 L, viridis eris 5 I. et dimidiam, vitri bene triti et pulverisati 9 1. et dimidiam, caleis vive 3 I. cum dimidia, axungie porcine, seu castratine, 3 III, olei communis ad quantitatem omnium predictorum minus una quarta. Si volueris dictum unguentum fortius facere, ponas 5 II viridis eris. Ex hoc unguento ungas grisarias, donee equus fuerit perfecte curatus. Item ad idem : Re- cipe turmisci, hoc est titimall maioris, sive anabule maioris, quod est idem, ib II et bene pistetur, axungie veteris 1b I, olei olivarum antiqui lb I, hee tria simul bulliant satis, deinde colentur per pannum in aliquo vaso mundo; [posteà jungas ibidem 3 I viridiseris bene pul- verisati, eb 5 I argenti vivi tantum , et incorpora bene, quod sint bene mixta, et sint sicut unguentum ], ex quo inungas grisarias quousque equus curetur. Item ad idem : Recipe viridis eris 5 I, mellis et aceti ana lb I, et simul
bulliant in aliquo vase mundo, ex quo unguento grisa-
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rias unge, et curabitur. Item ad idem: Hecipe fb unam mellis, quod distempera ad ignem ; deinde recipe viri- deris bene pulverisati 5 II et aluminis de roca bene pul- verisati (5 IL), postea dictos pulveres misce bene, et in- corpora donec mel fuerit refrigidatum , ex hoc unguento locum grisariarum inunge, et curabitur equus. Item un- guentum quod curat grisarias, crepatias ex transverso, crepatias, grappas, setacias, sarellas, restas longas, et omnem scabiem vivam : Recipe tasum [al. rasum] vini, seu tartarum, et caleina ipsum, postea dissolve ipsum caleinatum in aqua communi; deinde congela, et habebis salem, quem misce cum modico fortissimi aceti, et fac unguentum seu emplastrum ; ex hoc unguento unge loca patientia , prius tamen depilatis locis cum unguento dieto supra in capi- tulo de grappis, vel eum tenaeulis, ita quod quasi san- guinent loca. Et scias quod infra diem unum naturalem occidetur infirmitas ; et dietum emplastrum liga super lo- cum si potes, alias non est vis.
CAP. LV.
La trascrizione di tutti i capitoli, nei quali ? compresa l'intera materia Veterinaria fami- gliare agli scrittori del medio evo , ma ricavata piü specialmente dagli antichi libri traslatati da Mose di Palermo, per le successive ampliazioni che presenta nei libri di Bonifacio, di Rusio, del Vescovo di Cervia eec. poteva difficilmente es- sere condotta dalla prima sorgente se si aves- sero volute omettere le citazioni medesime: con queste si riconosce ]' identità delle abbracciate
CXIX
dottrine e degli argomenti spiegati dagli uni e dagli altri.
Non dimentiehiamo con questo quanta sia la responsabilità che si assume uno scrittore nel dire che il tale o tal altro autore compiló l' opera propria sui libri altrui, o che la ricavó senza serii mutamenti da scritture anteriori al suo tempo; noi infatti abbiamo esaltato Lo- renzo Rusio, che Wolfango dichiaró valente me- dico, quantunque di per se si qualificasse ma- niscaleo, attribuendogli tutto il merito di au- tore, e ció perche dal confronto del suo libro eon quello di Bonifacio abbiamo trovato che | ultimo fece poco piü che ricopiarlo: Bonifacio, e una necessità ripeterlo , nel capitolo 166, dove tratta della febbre, per eui nel 1301 forno morti a Roma in tempo nostro pià de mille cavalli , la- scia chiaramente intendere ch'egli era, cirea al tempo di quell'epizoozia, occupato a scrivere il suo libro. Per un altro lato se Bonifacio di- venne autore dopo di Giordano Ruffo, dell' opera del quale dichiara essersi giovato, insieme con altre di diversi maestri, non si saprebbe inten- dere perche il suo libro sia identico a quello di Rusio, che alla sua volta nomina i piü anti- chi maestri come allora che cita Misser Giordano.
CAP. LVI.
D'altronde, se alle opere dei due scrittori non e punto secondo ragione assegnare un'e- poea diversa, comprenderassi non essere soste- nibile un'opinione contraria alla nostra e giu- stizia ineolpare di plagio Maestro Bonifacio. E
CXX
quando mai si volesse lasciare la questione in- soluta, a noi nulla verrebbe ad esser tolto, poi- che abbiamo voluto dimostrare precipuamente che identiche sono le opere che esistono sotto i nomi di Bonifacio e di Rusio, o l' una copia dell'altra; e questo e fatto di grande impor- tanza, poiche dal confronto delle medesime si potrebbe arrivare alla compilazione di un' opera antiea di Veterinaria di gran lunga piü corretta di quella che vide la luce in Parigi e della -vul- gare pubblieata in Venezia: il testo latino, già della Costabiliana, potrebb' essere il crogiuolo prezioso atto a depurare il libro di Rusio e quel- lo di Bonifacio.
CAP. LVIIL.
Colla lunga analisi di alcuni scrittori ippo- jatrici del medio evo, non erediamo peró avere compiuta la storia della Veterinaria per que' tempi: no per certo. Fu il nostro un tentativo, una prova per condurre qualcuno de' valenti Veterinari nostri a dimostrare che in Italia la Medieina degli animali fu prediletta ed onorata quando in altre parti d' Europa niuno ad essa pensava; abbiamo anche raccolti molti elementi per eompierla; tacemmo di pochi scrittori ita- liani di Veterinaria , o perche ci mancó l' oppor- tunità di studiare le opere loro , o perché meno importanti, o perché modellate ugualmente sul- l'antieo libro proveniente dall' India. Possiamo applicare l'ultima osservazione al trattatello delle varie infirmitadi del cavallo, che si trova aggiunto in aleune edizioni dell' opera di Federico Grisone,
CXXI come in quelle degli anni 1562 e 1582: questo compendio e? peró differente dall'altro pià am- pio trattato che trovasi unito al predetto libro di Grisone ma di anni diversi, e cosi del 1610 e 1620, pubblicato da Andrea Muschio in Ve- netia; col titolo , Seielta di notabili av- vertimenti pertinenti a' cavalli, distinta in tre libri ,. Codesti avvertimenti non appartengono al napoletano Grisone , ma ad un anonimo scrittore il quale per certo non ignoró né i libri antichi di Mose, ne l'opera di maestro Giordano.
Il eospieuo numero degli scrittori Veteri- nari italiani dimanderebbe veramente la conti- nuazione dell'opera nostra, ma per essa non sono favorevoli i tempi che corrono ; i piü ri- guardano ancora come arte volgare la Veteri- naria, e vanità la sua storia; il eollocarla nella identica via che percorre la medicina umana, di cui e parte o complemento o principio, spetta a coloro che son capaci di dominare nel campo delle scienze: noi abbiamo parlato a quelli che, sorretti da una fede illimitata , sentono che presto saranno riconosciuti i diritti della - medicina comparata, detta piü modestamente Veterinaria; noi ne aspettiamo il trionfo , allo- ra solamente ritorneremo al lavoro.
PrETRO DELPRATO.
BIBLIOGRAFIA
RELATIVA
ALLE OPERE CONSULTATE O CITATE
I s e P s
vx
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Idem. — Venetia 1717 (Basegio) vol. 2. fol.
Delabére-Blaine non ceonobbe la prima edizione dell' opera di Ruini e citó la seconda ; quella di Bo- logna é anteriore di un anno al rarissimo libro di Heroard intitolato: » Hippostologie, c' est à dire di- scours des os du cheval. Paris par Mamert Palis- son 1599. 4. fig. » Jourdin Giovanni medieo nel 1655 stampó in Parigi: » le Parfait cavalier avec l'anato- mie du Ruyni. »
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RUSIO (Lorenzo). Opera dell' arte del Masealeio, Di la- tino in lingua volgare tradotta. In 19. Venezia ( pel Tramezino) 1543.
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(*) II prologo ha la dala del 1492: & di Frate Gabriele Bruno Mae- slro in Theologia
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CXXVIII
FERRI Vineenzio. La masealeia Toscana. Ha nel fron- üspizio il disegno di un cavallo fatto a penna, il nome del copista, Filippo Maria Brunelleschi, e la data MDGCX.
É lodato dal Dottor Targioni nel tomo 3 pag. 927 degli aggrandimenti delle scienze fisiche in Toscana.
FRATE ALBERIGO de' Borgognoni da Lucca, Vescovo di Cervia. Abbiamo giudieato di ques Autore il codice già dell' Ab. Michele Colombo | (ora nella Parmense N. 4236), in eui si legge: « Qui comenza el phroemio » del libro de la natura medicinale degli animali, e » Specialmente di cavalli como de' piu nobili. Cart. fol. p. Seeol. XVI.
RUCIVS Laurentius. De eura equorum Cart in 4. del secolo deeimoquinlo, di earte 158 in carattere corsi- vo. Comincia eoll' indice dei Capitoli. Segue il proe- mio che cosi principia: Reverendo in Christo Patri et Dio suo Dío. N. s. Adriani Diaeono Cardinali Lauren- tius dietus Rucius Marescaleus de Urbe eec. Appar- tenne alla Costabiliana.
RUGIU Lurenzu dectu Maresealeu de Roma. Codice in lingua Siciliana del secolo XV secondo il Cav. Peeci: da altri giudieato piü antieo. Cart. 4.
RUSIO Lorenzo. Comenza il libro de' signi dela bontà et malieia de' eavalli et de le loro infirmità, casoni el cure fatto da Magistro Laurentio de la cità de Roma, detto Rosso, in latino et converso in vulgare da. Frate Antonio de Barulo. Perg. f. di 169 Cap. QCopia del - Parmense.
RUFFO Jordano. Opera di Jordano Ruffo eavalier cala- brese , el quale esperimentó in la Marestalla del Imp. Federico ij quale signoreggiava Sieilia e Napoli nel MGCL quando mori. Cod. ear. oltav. secol. XVI.
T RR
OXXIX
Della maniera di governare i Faleoni per uccellare, e l indicazione dei giorni fausli e infausli dell' anno. Copia.
RUFFO Giordano Trattato delle Maliscatie del eavallo del Sig. Giordano Rusto Calavrese. Nell' Abbadia MDCXV. Cart. in 4. del secolo XVII di earte 115 in carattere corsivo. Precede l'operetta una lellera ai lettori, a pié della quale trovasi Rosini scrisse. Già della Gosta- biliana.
RACCOLTA di efficaci segreti per curare con buon succes- so le infermità de' eavalli umiliata alla A. S. R. Ma- ria Amalia Duchessa di Parma. Cart. fol. 1773 con fregi e disegni di Cavalli, V. 2. É identieo ad altro manuseritto ehe (ratta delle malattie del cavallo, il quale apparlenne a Giacomo Zanoni di Reggio Pro- fessore a Bologna 1671.
VEGEZIO Renato. Medieina del cavallo ed altri animali. Cart. del secolo XV. fol. a due colonne.
VILLANO Gio. Alberto. Copia di libretto scritto a penna dal Serenissimo Signor Duca di Ferrara D. Alfonso d' Este, dove sono state notate tutte le medicine che si richiedono per variati mali de' cavalli. Cart. di 110 pag. in 19. Ha l'indice antico e successiva- mente altro indiee seritto dal Professore Sanesi, uomo dottissimo, e che fu certamente il possessore del libro rarissimo.
DUE TRATTATI
MASCALCIA
Capitolo I.
(aesto libro à fato io Ipocras, savio e medico d'India, pereió ordino in questo libro la cura deli animali inra- sionali, sicome de' cavalli e muli e bordoni e asini e altri inrasionali animali. E die' la cura, la quale avemo deta, di suo senno e d'animo puro e sua ciensia, e ordino queste cose brevemente in questo libro e puose: ma questo Ipocras eil piü savio e '1 pii: amaestrato era che tuti i savi che erano in quelo tenpo o fosero; ma amaestró molti discie- poli e maestri, e maestró nel tenpo di Groso re (1). Ma al re era infermato uno suo donzello, il quale amava so- pra tuii li altri. Il. Re fecie tuti i medici che erano in
(1) ln questo antichissimo Codice si legge distintamente Groso, che si cambia facilmente in Cosroe, non in Condisio come lessero Mo- lin, Heusinger ed altri. & giudizio di persone sapienti questi non fu l'oscuro Re dei Parti che visse nel 125 dell' era nostra, ossia. Cosroe Sesamida, bensi Cosroe Nuscirivar, che fu il piü grande dei Re dell' oriente. Sotto lui furono fatte le traduzioni dall' Indiano e da altre lingue in Pehlwi, e nel secolo IX dal pehlwi in arabico, e po- scia nei secoli XIII e XIV dall'arabico in latino, indi in italiano. Molto facilmente nei primi secoli della nostra lingua si mutava il c in g, ilv in P in p ec. Sembra quindi giuslo leggere Crosos — Cosroes — (Kersa degli arabi ).
P) Bindia (1) ed in India chiamare a se, e queli che nela sua provincia erano presenti; e comise che curasero questo suo donzello. E neuno di eostoro lo sapea curare. E il deto Re fecie chiamare a se lpocras, e commiseli la. cura del donzello suo; e "| donzello comineió a megliorare per la eura di Ipoeras. Mali altri medici di questo fato erano molto dolenti, perció chelli nol poteano curare con le loro medieme. Ma pensó uno de' disciepoli, eioàó d'Ipocras, il quale era de' sodeti medici che lo aveano curato, e di questo ebe grandissima invidia, perció chel donzello non potea per le sue medicine megliorare. E dise alo Re. Misere, questo tuo donzello non guarà per Ipoeras nà per aleuno medico, percioché per li segniali suoi conosco che morrà. Dise il Re a Ipocras: che di' tu di questo tuo donzello ? E questi rispose: guarrà dela infermità sua per la virtà del grande Idio. E dise lo Re alo disciepolo di Ipoeras: in che modo conosci tu chel mio donzello de' morire di questo male? el maestro tuo dicie che guarrà? Respose il disciepolo: sollo e conoscolo per li segni che sono nella lingua sua; e puose il disciepolo nela ponta del dito suo il veleno, e chiama e dise; apri la boca e mostra la lingua, e lo infermo mostrando la lingua, strofinó nela lingua dello infermo col dito; e, stando po- scia una picola ora, il donzello si mori. E vegiendo il Re che le parole del diseiepolo erano state vere, tene lui per suo medico, e onorolo molto, e poselo nello luogo del savio, e diede licensia a lIpocras e a tuti li altri me- dici. E dise il Re ali familiari suoi: molti diseiepoli sono
(1) 3i ritiene la lezione in Sindia ed India , perché la grande regione che ora cehiamasi le Indie Orientali , dividevasi dagli arabi in
Hind ed in Sind: con quest' ultimo nome si indicava il fiume Indo:
sino alla melà dello scorso secolo si chiamó pure l' Impero del Gran Mogol.
ND
3
migliori che suoi maestri. Ma Ipocras, vegendo che il Re li avea data lieensia senza colpa, e conosciendo chel di- sciepolo suo li fecie questo disonore, giuró che mai non eurarebe animali rasionali, e cuminció a usare la cura deli inrasionali animali infino ala morte; e di questa arte fecie molti libri e molte eure provate e maravigliose. Ma udendo lo Re che Ipoeras usa la eura de' cavalli, e' mandó per lui e feciegli grande onore. E il deto Re faciea lan- guire i cavalli, e poscia li dava a lpocras, e per la virtà de Dio ereatore, quale era in lui, guaria i cavalli; e pereió eonmandó il Re a Ipoeras che conponese uno libro brieve dele cure deli cavali (1).
Cap. II.
E dise Ipoeras, io priego Idio, el quale à sustansia dele sustansie, e natura dele nature, e creatore dele crea- ture, che mi dia buono intendimento e aiutorio a con- porre questo libro, e a ordinare e a conducere a fine eon laude e onore di Dio, e al vostro onore, mesere lo
(1) Non: solo in questo proemio, in cui forse lo stesso Mosà da Palermo si propose di far conoscere l'origine del libro delle Jnfermità de' cavalli, ma anche nel capitolo seguente si legge costantemente Ipocras, e mai Ippocrate, come si incontra nella raccolta degl Ip- piatri Greci del Grineo, del Ruellio, del Tramezzino , come scritto nel testo latino ed in altri testi italiani , nel libro bellissimo del Va- lentini , nel Codice dell' Ippocrate Damasceno, posseduto dall' illustre Ercolani. Forse lo scrittore Arabico ed il traduttore vollero tenere di- stinto l' Ipoeras Indiano dagl'Ippocraü della Grecia. E pure questo nostro Codice à opera di un Toscano, ed anche l' antico copiatore é a ritenersi della Toscana per l'ortografia adoperata; ma questi del pari scrisse in tulli casi Ipocras JVel libro de la matura di cavalli , di cui diremo in appresso, al cap. 19 e 26 viene citato Ypocras.
4 'e€ Groso. lo ó composto questo libro brevemente de' fiori deli libri de' miei anteciesori, e de' libri deli savi di India, i quali libri furono trouati nelo armario deli Re: e eumincio de dire dele nature de' cavalli e de' muli e deli asini e delle eontinensie loro (1).
Cap. III.
Dieo che Dio creó li animali inrasionali, sicome elli ereó li animali rasionali, in giunture, vene, nervi, car- tellagini e in moscoli, e perció i cavalli abisogniono di eura e medicina e cirorgia sicome gli omini. Perció che nell uomo sono quatro umori, cioé collera e sangue, flema e melanconia, e questi quatro umori sono easione dela infermitate delli omini, e easeione dele infermità delle bestie, e squinansia, osia brancoso, cioà strangoglioni, e robea, cio? infiamento (2). Buona cura de' squinansia si
(1) Continensie -- Continenza. Modo di essere delle cose, la Fazione (forma del corpo ).
(2) La denominazione di squinanzia é certamente molto antica ; un tale stato morboso venne pure distinto dal Crescenzio. Nel libro B cap. 93 si ricorda Avicenna il quale insegna che la Polvere del pope messa mel palato con mele, vale alla squinanzia.
I due stati morbosi generali descritti da Ipocras sono Squinanzla e Robea o Rabua : sotto quest' ulmo nome comprendesi quello delle parti posteriori del corpo; né puó corrispondere alla roborosa passio di Vegezio che à il Tetano: leggiamo peró nei rustici latini robius bos, ed il robii coloris che equivale a rubeus; per questo non potre- mo dire che la voce rubea non valga quanto robea e rabua, e non si- gni(ichi inflatio , infiammamento , infiammazione.
In ogni modo la voce Rabua si deve riguardare come nome ge- nerale applicato a diversi morbi, come si vede in Vegezio che ne
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si 6 torre sangue dele vene dele tenpie, e cuocire. Bo- nisima eura di raboe à torre sangue dele vene dela gola, e vergare eol fuoco , pereioché la natura dele bestie non sono d'una qualitade. Ma la conplesione del eavallo si e ealda, e perció patisce magioremente fredo che caldo ; del mulo, é tenperata di caldo e di fredo, e perció patiscie ealdo e fredo. Ma la conplesione del cavallo e del mulo à seca. E la eomplesione dello asino à flema, e perció e magioremente fredo che caldo, e li omori suoi cor- rupti. La squinanzia é la flema del cavallo; ma raboa é veleno di quello. E disero alquanti savi che le nature de'
comprese selte sotto quello di Malea, che nell' edizione di Roma 1624 dicesi Mazzo , parola troppo bene accolta dagli empirici.
In un mio Codice di Vegezio che ha per titolo: Medicina del cavallo ed altri animali ecc.: manoscritto del 14.9 secolo dettato colla nobile semplicità del trecento leggo:
» L' enfertà Malee sono sette : wmido, seco , socutameo , articu- lare, ele[antioso , sorenale,, farcimenoso ».
» Per la malea humida gitta per le nare humore molto puzzo- lente ecc. ».
» Malea secca si conosce perció che non gitta humore per le nare piü che sia usato ecc. ».
» Socutaneo si chiama quando nascono rolture alla cotenna so- migliante à rógna ecc. ».
» L' artieulare, la quale li Greci chiamano Artrite , cioé di giun- ture, se comencia dale giunture e zoppeca talora pocbi di, talora molti ecc. ».
» Farcimenoso se dice per la enfertà ch'à nome farcime, cioé verme ecc. ».
» Sorenale, se dice percio chà nele reni e' pare che sia enfer- mo , cioé nelli granelli deli lombi, ed e' perció vene tucto meno de re- tro, e dolse mortalmente, en perció ch'elli à en quello luogo mortale pericolo ecc. ».
» Elefantioso se dice perció che asomiglia al Elefante el quale ae '| cuoio duro ecc. ».
6 eavalli.sono tre, cioó squinanzia, robua e sangue. Ma avemo trovato chel sangue é radieie di questa infermita- de: lo stato di squinantia si é nel capo dela bestia e nel collo e nel peto e nella medola delo spinale, infino ala metà del dorso (1); e per questa cagione advene le in- fermitadi,le quali aguale diciemo (2) , c1oà dolore di capo, debilità d'ochi, orbità, dolore dele tenpie, e non vole manicare ; dolore d'orechie con rodimento, e l' arà infia- mento di palato, e fregamento dilabre, e dela boca, gro- sesa di lengua, e desciendimento di suo fiato dala boca, pelamento de' erinie dela fronte e de' peli, e infiasioni di peto, e eonrigine deli orechi, overo dele nari, dela boca, o vero gola, e multa rema che desciende da questi luo- ghi. Ma lo stato di raboa é nela metade dela bestia in- fino ale coseie e ganbe e piedi; e per caseione di raboe adueneno le infermità le quali dieeremo , cioé ventosità, lesio, passio cardica, overo lardes, inflasioni, scruofole, veruche nel capo e nele ganbe e nelo prepusio, cioó min- chia, e neli coglioni, il male dela vesciea, ernia, la in- fermità de' coglioni, uscimento di budello, il quale si chiama colon, pisciare sangue, inpedimento di purgasio- ne dele superfluitadi del corpo, emisione dela boca del
(t) Quantanque il nome di Squinanzia valga ad indicare parti- colarmente le Angine, secondo la scienza patologica dello scrittore arabo, servi ad accennare tutte le affezioni della testa non solo, ma tutte quelle che ponno aver sede nella metà anteriore del corpo ; col- l'altro di raboa si distinsero tutte quelle della parte posteriore: non si deve dimenticare l' elenco dei morbi rammemorati dall' antico, per- ché nessuno, eccettuato Agostino Columbre di San Severo , ne ha ri- cordato un numero maggiore sino al 17.9 secolo.
(2) Aguale, 6 modo assai antico che puó far giudicare il vol- garizzamento dei primi tempi della lingua: nel testo del Crescenzio si usa spesse volte la parola aquale.
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eulo fori, che si convenga, [cadimento] de' peli della coda, overo dele poste del corpo, e tute le infermitadi le quali in questo se incomparano. E essere puote che queste infermitadi avengano , cio? conansia e raboe, e la bestia ne poterebe perire per cascione di questa infermità : megliore consiglio 6 eurare la infermità dal principio. Sieome 1'uo- mo quando purga li omori superflui del corpo suo sarà sano: e se non li purgase li poteria avenire piü forte infer- mità, e poscia con grande fatiea guarrà, e perci si debe eurare la infermità dal comineiamento cola vertude di Dio ereatore. E perció tuti quelli che vogliono intendere lo libro nostro, debono avere buono intendimento di sa- pere le infermità e le cure e le medicine, perció chel semplice non à sicome il savio, percioche la sapiensia si à lucie, e la simplieità si 8 oscurità. E lo stato della lu- eie e dela oseurità si 6 nel cuore; ma quando la lucie escie dal euore, vegiono li ochi, e quando escie oscurità, oscuri sono gli ochi; e chi fà l'arte con seno 8 migliore che quelli che fanno senza seno. E io lpocras enparai fisiea nela tera di Sindia e India, e receveti l' amaestra- mento suo, elsuo seno, cioó dela Fisica: io usai questa arte uno grande tenpo, e per la virtü del nostro Signore ereatore molti homini gueriti forono. E poscia lavorai dela cura deli animali inrasionali, cioó de' cavalh, e muli e asini e bordoni, e sepi le nature loro e tentai ossa e nervi e vene e muscoli e tuti i menbri, e sepi che le radicie dele infermità loro sono conansia e raboa. La cura de' conansia si 6 porre le medicine per le naríe, e torre sangue dell vena del eapo e dela gola. Ma la eura di raboa e torre sangue dela vena dela coscia e dele ganbe. Ma la conansia puote essere infra la carne el cuojo. La eura sua é porre le medicine per le narie. E puó essere per sangue: la cura sua é fiebochomare, sicome deto avemo.
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Se la deta infermità adviene nela state, quando 6$ forte caldo; la cura sua 6 megliore nel principio che di dietro. E se advenise questa infermità in altro tenpo che noi avemo deto, dei curare secondo la cura di questo nostro libro. E se la infermità di raboe averà infra la carne el cuojo; la eura sua si é tagliare. E se averà per sangue, la eura sua 6 sciemare sangue: e se questa infermità ch'é deta di sopra aviene nel tenpo del verno im forte fredo, la cura sua à megliore nel principio , che nella fine. Ma se questa infermità averrà in altro tenpo che deto avemo, curare la dei secondo la eura di questo nostro libro, e perció dei intendere questo nostro libro e usarlo secondo 1 nostri comandamenti.
Cap. IV.
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Quando la eonansia aviene il verno: tolli dele foglie de' eavoli verdi erespi, e fali bene cuociere, e tolli dell' ac- qua de' cavoli libre IV e d'olio d'ulive I libra, e me- scola queste cose insieme, e tolli di questa medicina e pone nele narie del cavallo, e guarrà.
Cap. V.
Quando la eonansia aviene al cavallo forte e non puote manieare: tolli una gallina grasa e ucidila e pe- lala eun aequa calda, e non la aprire nel corpo suo, e fa quella euociere con aequa e sale; e quando serà bene cota, poni quella in uno saeculo, e lega quello soto il mu- sello del cavallo si che'l fumo vada per le narie del ca- vallo, e lasciala stare in quello luogo infino che sarà ra- fredata, e poscia la tolli via, e con questa cura guerrà.
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"oli del fiore della farina di grano sotilemente ma- cinata, e tenperalo bene coll'aqua, e povi del fermento, e fa una placentula, e fa quella cuociere in eienere calda, e guardala che non arda, e poseia la poni nell'aqua in uno vasciello, e falla fredare nell' aqua, e fa scolare bene l'aqua, e tieni il cavallo in sete, e da bere al cavallo di questa aqua.
Tolli tre uova e polle in uno vasello e sopra vi poni acieto forte per due o per tre die, e lascia stare infino che le coneole delle uova seranno molli, e poscia' gita quelle nella gola del cavallo intere e sane. E se piü bi- sogniarà aneora, il fae un'altra volta; e con questa cura guerrà: e, se bisognierà, tolli sangue dele vene che sono soto la gola (1).
(1) Fra le piü importanti osservazioni, di cui era degno il libro delle Mascaleie, deve annoverarsi quella da noi fatta, sull' essere cioé stato stampalo diverse volte nel principio del 16.9 secolo senza nome d'autore, rifatto alla Veneziana , imbrattato di errori gravi, dove peró si legzono ancora capitoli interi con nessuna, o debo- li variazioni. Piü innanzi ne riporteremo diversi dei piü precisi; intanto, per dimostrare in modo assoluto l'esattezza della sco- perta, riceorderemo che !' anonimo compilatore cita chiaramente Ypocras nel capitolo nel quale tratta del cavallo affredato , capitolo che contiene le cose esposte nel testo antico, e che 6 il 26.9 nell' Edizio- ne del 1508 e 1519; il 25.9 in quella del 1537. In tutte tre si legge quanto sezue: « À questo vale questa receta de Ypocras. Recipe ove » tre et lassale nel aceto tanto che siano mole, et quando serà ben » molificade fale tute ingiotire al cavallo, et replica questo spesse fiade » tanto che sia sano ; e se bisogna sanguenarlo , sanguinalo dele vene » che sono soto la gola ecc. ».
10 Cap. VI.
Tolli uno gallieello (1) e ancidilo e apri il corpo suo e mondalo bene e fallo cuociere in uno vasello con comino pesto, e tolli il bruodo suo e gitalo nella boca al eavallo, e poseia meti nela boca sua olio d' ulive, e toli poseia uno ferro e falo scaldare nel fuoco, e toca sopra il bilico per quatro dita, e cosi si guerrà.
Tolli seme di cicuta e pestalo bene, e dane ogni ma- lina al cavallo per tre die.
Tolli del sale de' fabri (2)